Giorno 8: Capitolo XII (Phalastuti)

 

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Testi del Vedanta, dello Yoga e della tradizione Hindu.

Dal 2001 Visionaire.org è scritto, illustrato, pubblicato da Beatrice Polidori (Udai Nath)

CAPITOLO 12: La Benedizione

12.1 La Devī disse:
12.2 “Libererò da ogni sventura coloro che, con mente raccolta, si rivolgeranno a me cantando questi inni.
12.3 Coloro i quali canteranno la distruzione di Madhu e Kaiṭabha, l'uccisione di Mahiṣāsura e la disfatta di Śumbha e Niśumbha
12.4 nell'ottavo, quattordicesimo e nono giorno della quindicina lunare, e quelli che ascolteranno con devozione il supremo poema della mia gloria
12.5 non patiranno alcun male, né disgrazia derivante da azioni errate. Per costoro non ci sarà né povertà né separazione dai propri cari,
12.6 né insidie da parte di nemici, ladri o regnanti. Né in nessun momento subiranno danni a causa di armi, incendi o inondazioni.
12.7 Il poema della mia gloria deve essere recitato con mente concentrata e ascoltato con devozione, poiché rappresenta la via suprema per la felicità.
12.8 Possa la mia glorificazione porre fine a tutte le disgrazie originate da pestilenze e dai tre tipi di calamità.
12.9 Il mio santuario in cui è recitato con continuità e rettitudine, quel luogo non sarà da me mai abbandonato. Lì la mia presenza è e rimarrà costante.
12.10 Nell'offerta delle oblazioni, nell'adorazione, nella cerimonia del fuoco e nella grande festa, le mie azioni dovranno essere proclamate e ascoltate.
12.11 Se le offerte saranno fatte dimostrando vera devozione, anche senza adeguata conoscenza, le riceverò volentieri e così sarà anche per l'oblazione del fuoco.
12.12 Alla grande celebrazione annuale (Navratri) che si svolge nella stagione autunnale, coloro che ascolteranno il poema della mia gloria ricolmi di devozione
12.13 per mezzo della mia grazia saranno liberati da tutte le afflizioni e premiati con ricchezze, grano e discendenza. Di tutto ciò non dubitate.
12.14 Con l'ascolto della mia gloria, delle mie manifestazioni benevole e della mia abilità in battaglia, diventeranno impavidi.
12.15 Coloro che ascoltano la mia glorificazione, sappiano che i loro avversari non avranno mai la meglio. Saranno benedetti dal benessere, e le loro famiglie gioiranno.
12.16 Ascoltino coloro che sono turbati dagli incubi o dagli influssi nefasti delle stelle, e durante i rituali per scacciare il male il poema della mia gloria dovrebbe sempre essere ascoltato.
12.17 Disgrazie e malattie spariranno, e gli incubi si tramuteranno in dolci sogni.
12.18 I bambini sopraffatti dalle convulsioni si calmeranno e, laddove la discordia divide, l'amicizia sarà restituita.
12.19 È insuperabile nel mitigare il potere di tutti i malfattori. In verità la sua recitazione porta alla distruzione di demoni, fantasmi e spiriti.
12.20 La glorificazione delle mie virtù porta il recitante più vicino a me.
12.21 Come delle offerte dei migliori bovini, di fiori, regali, incenso, profumi e luci fatti giorno e notte per un anno; e come del cibo donato ai Bramini, delle oblazioni, dell'acqua consacrata;
12.22 e come delle diverse altre propiziazioni e offerte; così dell’ascolto dei racconti delle mie gesta mi compiaccio.
12.23 Quando ascoltato, il poema della mia gloria rimuove ogni impurità e concede la libertà dalle malattie. Il racconto delle mie nascite conferisce protezione dagli spiriti maligni.
12.24 Poiché ripercorre le mie azioni in battaglia e la sconfitta per mia mano dei malvagi daitya, il suo ascolto dissipa ogni paura del nemico.
12.25 Le lodi pronunciate da voi e dai veggenti bramini e dallo stesso Brahmā generano una mente spirituale.
12.26 Quando si è in una foresta, o su una strada solitaria, o si è circondati da un incendio nel bosco, o accerchiati da ladri in un luogo desolato o catturati dai nemici,
12.27 quando si è inseguiti da leoni e tigri o elefanti selvatici nella giungla, quando si viene imprigionati o condannati a morte da un re adirato,
12.28 quando ci si trova in una barca alla mercé di venti furiosi o si è assaliti da armi sfreccianti nel mezzo alla battaglia,
12.29 quando si ci si trova intrappolati in terribili ristrettezze o tormentati dall'agonia, chiunque ricorderà le mie azioni sarà liberato dal pericolo.
12.30 In virtù del mio potere, leoni e bestie, ladri e nemici fuggono lontano da colui che ricorda queste mie azioni."
12.31 Il veggente disse:
12.32 "Dopo aver così parlato, la beata Caṇḍikā, splendente di valore, scomparve dalla vista degli dei.
12.33 I loro nemici caddero sconfitti, le divinità furono liberate dall'afflizione. Rientrarono in possesso di tutti i loro domini e ognuno di loro prese parte ai sacrifici.
12.34 Per quanto riguarda i daitya, dopo che la Devī ebbe vinto in battaglia i due nemici degli dei, Śumbha l'oppressore del mondo, terribilmente feroce e ineguagliabile nella prodezza,
12.35 e Niśumbha, grande nel valore, fecero tutti ritorno nell'oltretomba.
12.36 Così, o re, la Devi benedetta, anche se eterna, si manifesta ancora e ancora per assicurare la protezione del mondo.
12.37 Attraverso lei questo universo è ingannato. Da lei stessa tutto promana. Implorata, dona la giusta conoscenza; propiziata, dona prosperità.
12.38 O re, da lei tutto questo universo è pervaso, da Mahākālī, la grande distruttrice alla fine dei tempi.
12.39 Alla fine dei tempi, lei sarà la grande distruttrice. Esistente da tutta l'eternità, diventa essa stessa creazione. Lei, l'eterna, dona sostentamento a tutti gli esseri.
12.40 In tempi di benessere è fonte di buona fortuna, garantendo prosperità nelle case degli esseri umani. In tempi di privazione, è fonte di disgrazia, portando rovina.
12.41 E così, lodata e adorata con fiori, incenso, profumi e quant’altro, concede ricchezza, discendenza e una mente pura fondata sulla rettitudine".


COMMENTO

Gran parte del capitolo 12 ricalca la struttura di un phalaśruti, un elenco convenzionale dei meriti e dei benefici derivanti dal recitare o ascoltare un testo sacro. Qui la stessa Devī spiega che il suo Māhātmya va recitato e ascoltato con mente raccolta (12.2, 12.4, 12.7). Un'attenzione totale e costante è essenziale in tutte le forme di sādhana, incluso il culto rituale e la meditazione, e con tale approccio vanno cantate le lodi della Divina Madre. Oltre all'attenzione, la devozione è fondamentale (12.4, 12.7, 12.12).
Il testo raccomanda i tempi e i luoghi per la recitazione: in particolari giorni di buon auspicio durante il mese lunare (12.4), nel corso della grande festa autunnale (12.10, 12.12) e all'interno del santuario della Devī (12.9).
Storicamente, i templi dedicati a Durgā si affermarono definitivamente a partire dal VI secolo d.C. Ciò che il testo aggiunge alla nostra conoscenza è che la recitazione del Devīmāhātmya attira la presenza divina in quei luoghi e li rende sacri (12.9). Anche la ricorrenza della grande festa autunnale (12.10, 12.12) era ben consolidata al tempo in cui fu redatto il Devīmāhātmya. La si può vedere come un antico prototipo del moderno Navarātri, o come continuazione diretta l’uno dell’altro, una celebrazione del raccolto con radici nel ciclo agricolo. Su questo ultimo punto non ci sono dubbi; persino la carnagione gialla delle immagini di Durgā mostrate durante la festa richiamano i campi dorati di grano maturo e riso che brillavano alla luce del sole autunnale. La descrizione della pūjā formale, accompagnata dalla recitazione del Devīmāhātmya, e del fuoco sacrificale homa (12.10), si ricollega al Durgā Pūjā oggi come allora. Durante questo periodo di festività è molto probabile che il culto, allora come oggi, avvenisse nei templi e nelle abitazioni private, poiché il testo fa una concessione a coloro che non sono esperti nelle arti del culto e del sacrificio, affermando che anche atti formulati in maniera imperfetta saranno ricevuti con piacere (12.11).
Allo stesso tempo, la sola recitazione del testo è gradita alla Devi quanto le offerte sontuose, l'adorazione rituale e l'osservanza di altri doveri religiosi (12.21–22). I versi o mantra hanno essi stessi il potere di attirare il recitatore o l'ascoltatore verso la divinità (12.20) rimuovendo ogni impurità (12.23), e producendo una mente benedetta (12.25). Māhātmya è quindi "la via suprema per il benessere" (12.7).
Se correttamente recitato o ascoltato, il Devīmāhātmya dà accesso al suo potere intrinseco. Come i versi sacri attirano la coscienza individualizzata verso la coscienza universale, l'energia della Devi che procede attraverso le parole sacre distrugge ogni sventura (12.2) in modo che nessun male colpisca i suoi devoti (12.5). Poiché protegge dalle "disgrazie derivanti da azioni malvagie" (12.5), il potere della Divina Madre sulla legge del karma è una manifestazione della sua grazia. Il testo conferma che i suoi devoti “saranno liberati per mia grazia da tutte le afflizioni” (12.13), tra cui la povertà e la separazione dai propri cari (12.5).

I sei pericoli elencati nel versetto 12.6 sono di due tipi: quelli derivanti dall'agire umano (nemici, ladri, re e armi) e quelli derivanti da catastrofi naturali (fuoco e inondazioni). Si tratta di due dei "tre tipi di calamità", che si dice māhātmya possa fermare (12.8). Le tre categorie sono: adhibhautika (derivante dalle azioni degli altri nel mondo oggettivo esterno a se stessi), adhidaivika (riguardante gli dei o l'agente divino che opera attraverso oggetti materiali - i cosiddetti "atti di Dio", ovvero terremoti, incendi e inondazioni) e adhyātmika (relativa alla persona, come malattie fisiche, angoscia mentale e sofferenza autoinflitta).
Questa triade influenza il nostro benessere fisico e psicologico. Per quanto riguarda il corpo, la recitazione del testo allontana le "disgrazie nate dalla pestilenza" (12,8) e le convulsioni dei bambini (12,18), e "garantisce la liberazione dalle malattie" (12.23). Inoltre, protegge dalle minacce fisiche (12.6, 12.26–30), comprese quelle causate da calamità naturali, animali selvatici, guerre, criminalità e ingiustizia sociale. Questi ultimi versi sono straordinariamente ricchi di materiale trovato in precedenti inni e scopriamo che i versi da 12.26 a 28 citano effettivamente tali fonti: il Rātrī Khila Ṛgvedico, il Durgāstotra, il Durgāstava e l'Elogio di Viṣṇu a Nidrā nel Harivaṁśa.
Più pervasivo di tutti è il riferimento alle foreste, di solito caratterizzate negli inni precedenti come "cupe" per enfatizzare i pericoli che si nascondono in esse. Ciò che distingue il passaggio conclusivo (12.26–30) dalle altre parti del phalaśruti è la sua esclusiva enfasi sul pericolo all'interno dell'ambiente fisico.
Basata su testi precedenti, che mostrano come quelle idee fossero ampiamente attestate e persino standardizzate, la porzione finale del phalaśruti ha quindi origini molto antiche.
I versi del phalaśruti che affrontano i pericoli psicologici o non fisici invece non sono presenti nelle fonti precedenti. I versi da 12.13 a 15, dopo aver enfatizzato i benefici materiali di ricchezza, grano e discendenza, si rivolgono alla questione della paura in senso più ampio; collegano l'abilità della Devi in battaglia e la distruzione dei nemici all’assenza di paura, al benessere e alla gioia. Il legame tra le vittorie allegoriche, che rappresentano la crescita psicologica e spirituale, e la conseguente assenza di paura ricorrono nel versetto 12.24. Per quanto riguarda le forme più specifiche di benessere mentale, si dice che la recitazione o l'ascolto del testo "trasformi gli incubi in sogni d'oro" (12.17), allevi l'ansia causata dall'influsso malevolo delle stelle e di altre portentose malvagità (12.16–17) e annulli l'influenza degli spiriti maligni (12.19, 12.23). Associare il disagio psicologico (così come l'effettiva sventura) all'operato di influenze astrologiche avverse o al possesso demoniaco può sembrare strano alla luce della scienza moderna, che ha identificato altre cause di ansia o comportamento disfunzionale e sviluppato altri metodi di trattamento; tuttavia, il potere della guarigione spirituale ha una validità che la scienza è sempre più disposta a riconoscere.
Guardando alla sfera sociale, laddove si manifesta discordia all'interno delle relazioni umane, si dice che la recitazione del Devīmāhātmya porti riconciliazione (12.18). I benefici del Devīmāhātmya si applicano quindi a tutte le aree dell'esistenza, promuovendo l'armonia e la giustizia sociale, la salute e la sicurezza fisica, e l'unità psicologica e spirituale.

I benefici promessi dalla lettura del Devi Mahatmya discendono da alcuni concetti fondamentali della metafisica e dell'escatologia indiana.
La mente è considerata, con sorprendente intuizione cognitivista, un elemento dotato di plasticità, non diversamente dagli organi di senso, e la cui funzione, che consiste nell'apprendimento, è sostanzialmente la Grazia della Devi stessa, che più volte viene invocata come intelligenza che risiede in tutti gli esseri. “Si diventa ciò che si pensa” è il motto che induce il devoto a dedicarsi allo studio delle scritture per dominare la mente con l'apprendimento. La mente diventa ciò a cui la si espone costantemente, il bene e il male non sono intrinsechi, sono atteggiamenti che possono essere veicolati con la conoscenza, fino a condurre alla liberazione dalle limitazione e dalle avversità che ostacolano la sua illuminazione. La mente “benedetta”, o spirituale, è la mente che risuona delle parole sacre, che ha forgiato la sua esperienza e quindi la personalità che ne discende, con l'esperienza del sacro.
La Parola, che è la prima manifestazione della Madre divina, è lo strumento e la sostanza dell'esperienza superiore. Superiore ai demoni, che nel Phalastuti hanno una piena e concreta fisionomia psicologica: incubi, sogni, ossessioni, pensieri che oggi definiremmo nevrotici, che impediscono di raggiungere benessere e stabilità. Questa è l'armata demoniaca che la Devi si impegna a sconfiggere nella vita vissuta dei sui devoti. Questa raccolta di inni è il grande esorcismo e la terapia con cui avvicinare ciò che di oscuro e incontrollabile affligge la mente.

 

 

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