Giorno 4: Capitolo VII (Chanda Munda vadha)

 

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Dal 2001 Visionaire.org è scritto, illustrato, pubblicato da Beatrice Polidori (Udai Nath)

CAPITOLO 7: L'uccisione di Chanda e Munda

7.1 Disse il Rishi:
7.2. Al comando di Caṇḍa e Muṇḍa, il quadruplice esercito di elefanti, aurighi,
cavalleria e fanteria uscì brandendo le armi.
7.3. Videro la Devi che sorrideva dolcemente, seduta sul leone sulla gloriosa vetta dorata delle alte montagne.
7.4. Al vederla, si risolsero di catturarla e le si avvicinarono, le spade sguainate, gli archi pronti al lancio.
7.5. Ambika lanciò un grido furioso contro di loro e si fece scura in volto, nera come inchiostro.
7.6. Dalla sua fronte aggrottata, fuoriuscì improvvisamente Kali dal volto terribile, armata con una spada e un cappio.
7.7. Brandiva un bastone sormontato da un teschio, una ghirlanda di crani, era vestita con una pelle di tigre, la carne emaciata,
7.8 la bocca spalancata, la lingua protesa fuori, gli occhi affossati che emettevano bagliori rossi e riempiva il cielo coi suoi ruggiti.
7.9 Si gettò impetuosamente sui grandi asura di quell'esercito, e divorò quelle orde di nemici dei deva.
7.10. Lanciandosi sulle retrovie, afferrò gli elefanti con una sola mano li mise nella sua bocca insieme coi loro uomini, le armi e le campane.
7.11. Allo stesso modo catturò la cavalleria coi cavalli, i carri con i conducenti, tritandoli sotto i denti senza pietà.
7.12. Ne afferrò uno per i capelli ed un altro al collo; uno lo schiacciava con il peso del piede, un altro contro il proprio corpo.
7.13. Prese con la bocca le armi sparate dagli asura e le schiacciò con i denti.
7.14. Distrusse tutte quelle orde di possenti e malvagi asura, ne divorò alcuni e ne colpì altri letalmente.
7.15. Alcuni furono uccisi con la sua spada, alcuni furono colpiti con il bastone, e altri asura incontrarono la morte tra i suoi denti.
7.16. Nel vedere le schiere di asura abbattute rapidamente, Chanda si avventò contro Kali la terribile.
7.17. Il grande asura Chanda con una formidabile pioggia di frecce, e Munda con migliaia di dischi cercarono di colpire la Devi dagli occhi terribili.
7.18. Miriadi di dischi scomparivano nella sua bocca, come tanti globi solari che scompaiono nel mezzo di una nube.
7.19. Intanto Kali ruggiva spaventosamente, i suoi denti terrificanti brillavano dalla sua terribile bocca, e rideva nella sua furia.
7.20. Poi la Devi, montando sul suo grande leone, si lanciò su Chanda, lo afferrò per i capelli, e troncò la sua testa con la spada.
7.21. Vedendo Chanda abbattuto, anche Munda si lanciò verso di lei. Lei lo abbatté a terra colpendolo con la sua spada.
7.22. Vedendo abbattuti i coraggiosi Chanda e Munda l'esercito rimanente si spaventò e fuggì in tutte le direzioni.
7.23. E Kali, tenendo le teste di Chanda e Munda nelle mani, si avvicinò a Chandika e, mescolando le parole con risate feroci, disse:
7.24. "Qui ti ho portato le teste di Chanda e Munda come due offerte animali per questo sacrificio; ora Shumbha e Nishumbha puoi ucciderli tu stessa!". 7.25 Disse Il Rishi:
7.26. Quindi vedendo gli asura Chanda e Munda portati a lei, Chandika benevola rivolse a Kali queste parole giocose:
7.27 "Poiché mi hai portato Chanda e Munda, Tu Oh Devi, sarai famosa nel mondo con il nome di Chamunda.


Commento.

Mentre l'esercito demoniaco assetato di sangue si avvicina alla luminosa Devī seduta sulla cima della montagna, l'epica magnificenza della scena segnala un evento epocale. Non siamo tenuti a lungo in attesa. Improvvisamente il sorriso gentile della Devī si scioglie in un'ira nera come l'inchiostro, e dalla sua fronte accigliata balza fuori la formidabile dea Kālī.

In precedenza, Durgā era emersa come un grande splendore dai volti accigliati di Visù, Siva e gli altri dèi (2.9–13). Questa volta, in un completo capovolgimento, Kālī emerge come totale oscurità dalla forma radiosa della sattvica Ambikā-Kauśikī, che era uscita solo di recente dal corpo di Pārvatī, lasciandola oscurata e ribattezzata Kālīkā, "la nera" (5.85-88).

Kālī non è semplicemente un'emanazione secondaria della Devī, come questo passaggio potrebbe indurci a pensare, Lei è la suprema Devī stessa.
In molte famiglie e santuari, Kālī è venerata come Śyāmā, la scura, che amorevolmente risolve le tenebre e le difficoltà. In tempi di disastri naturali, è invocata come Rakṣākālī la protettrice. Come Śmaśānakālī, l'incarnazione del potere distruttivo, abita i terreni di cremazione in compagnia di sciacalli ululanti e terrificanti spiriti femminili, e come Mahākālī è la Śakti senza forma, che è lo stesso Assoluto. Nel Tempio di Daksiṇeśvar, dove Śrī Rāmakṛṣṇa serviva come sacerdote, Kālī è venerata come la bellissima Bhavatāriṇī ("redentirice dell'universo").

Nella violenta battaglia che termina con il massacro di Caṇḍa e Muṇḍa, Kālī predilige polverizzare i suoi nemici tra i denti, meritando di menzionare questo gesto tre volte in rapida successione (7.11, 7.13, 7.15). L'immagine di digrignare i denti fa venire in mente il movimento di una macina da mulino che frantuma il grano in farina, e per analogia la ruota girevole del tempo (kālacakra), che metaforicamente riduce in polvere tutte le cose. Il nome Kālī è la forma femminile dell'aggettivo kāla, che significa "scuro" o "blu-nero". Questo è probabilmente correlato al nome maschile kāla ("tempo"), un epiteto di Śiva. In quanto sua śakti, o potere, Kālī è il tempo che muta continuamente, l'inesorabile divoratore che mette fine a tutte le cose. Notare anche l'immagine cosmica della miriade di dischi lanciati da Muṇḍa che scompaiono nella sua bocca “come tante sfere solari che svaniscono nella densità di una nube "(7,17-18).

Quando Kālī, consegna le teste della coppia di demoni Caṇḍa e Muṇḍa alla devi Caṇḍikā-Ambikā come trofei di battaglia, le è dato il soprannome Cāmuṇḍā. Cāmuṇḍā sembra essere stata una dea autoctona che fu assimilata storicamente a Kālī, e questo passaggio nel Devīmāhātmya segna la sua prima apparizione nella letteratura sanscrita. Ancora oggi le immagini dei templi di Cāmuṇḍā a Bhubaneśvar e Jajpur ritraggono la dea come emaciata, con ossa sporgenti e feroci occhi rotondi che sporgono dalle orbite incavate. La Cāmuṇḍā di Jajpur scopre i denti e le sue quattro mani tengono la mannaia, la lancia, la coppa cranica e la testa umana (muṇḍa). 

Una comprensione più profonda di Cāmuṇḍā emerge dal Navārṇamantra, un mantra tantrico a nove sillabe, che il commentatore del XVIII secolo Bhāskararāya considerava importante quanto il Devīmāhātmya stesso nell'adorazione della Devī. Questo mantra, “aiṁ hrīm klīṁ cāmuṇḍāyai vicce,” inizia con le tre bīja che insieme identificano la Devī come puro essere (sat), coscienza (cit) e beatitudine (ānanda). Nel Navārṇamantra il saluto abituale (namaḥ) non è detto ma sottinteso, e il nome Cāmuṇḍā nel caso dativo (cāmuṇḍāyai, "a Cāmuṇḍā") occupa la posizione finale e culminante. Sebbene le interpretazioni di questo mantra siano altamente esoteriche e spesso si contraddicono a vicenda, sono tutti d'accordo sul fatto che è Cāmuṇḍā che recide il nodo dell'ignoranza, taglia l'illusione di dualità e rivela l'Assoluto. Sebbene il Navārṇamantra, come qualsiasi altro mantra tantrico, non possa essere tradotto, in senso strettamente semantico, è generalmente interpretato come una preghiera alla Devī immanente-ma-trascendente per la più alta conoscenza, che garantisce la liberazione da tutte le limitazioni.

 

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