Giorno 2: Capitoli II, III, IV (Mahishhasura samhaara)

 

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Dal 2001 Visionaire.org è scritto, illustrato, pubblicato da Beatrice Polidori (Udai Nath)

Meditazione su Mahālakṣmī. Om! Io venero Mahālakṣmī, che tiene tra le sue mani il mala, l'ascia, la mazza, la freccia, il fulmine, il loto, l’arco, il kamandalu, la frusta, la lancia, la spada, lo scudo, la conchiglia, la campana, la coppa del vino, il tridente, il cappio e il disco Sudarśana; la cui carnagione è radiosa come il corallo; che è seduta su un loto; Colei che ha sconfitto Mahişāsura.


Capitolo 2: La strage degli eserciti di Mahişāsura

2.1 OṀ hrīṁ. Il veggente disse:
2.2 “Molto tempo fa, quando Mahiṣa era il capo degli asura e Indra era il capo degli dei, ci fu una guerra tra i loro eserciti che durò per cento anni.
2.3 I valorosi asura sconfissero gli eserciti degli dèi, e dopo che li ebbero sconfitti, Mahiṣa divenne il Signore dei cieli.
2.4 Quindi guidati da Brahmā, il signore di tutta la creazione, gli dei sconfitti andarono da Viṣṇu e Śiva
2.5 e raccontarono nel dettaglio quanto era accaduto. I trenta dèi descrissero come aveva fatto Mahiṣāsura a sconfiggere i loro eserciti:
2.6 “Ha usurpato l'autorità di Sūrya, Indra, Agni, Vāyu e Candra e di Yama, Varuṇa e tutti gli altri.
2.7 Scacciati dal cielo dal demone Mahiṣa, tutte le moltitudini di dèi vagano sulla terra come semplici mortali.
2.8 Abbiamo riferito tutto quello che questo nemico degli dèi ha fatto e cerchiamo rifugio in Voi. Per favore adoperatevi per distruggerlo."
2.9 Quando Viṣṇu e Śiva sentirono le suppliche degli dèi, aggrottarono le sopracciglia e la rabbia tinse loro il viso.
2.10 Poi una grande luce illuminò il volto corrucciato di Viṣṇu, e così, anche di Brahmā e Śiva.
2.11 E il corpo di Indra e i corpi di tutti gli altri dèi, emanarono delle sfavillanti luci che si unirono per divenire una sola.
2.12 Gli dèi videro formarsi davanti a loro una luce alta come una montagna, che brillava intensamente diffondendosi con i suoi raggi, in ogni direzione del cielo.
2.13 La luce ineguagliabile, nata dai corpi di tutti gli dèi, creò una forma femminile che diffuse nei tre mondi il suo splendore.
2.14 Dalla luce di Śiva si formò il volto di Devī. La radiosità di Yama creò i capelli e lo splendore di Viṣṇu divenne le sue braccia.
2.15 La luce soffusa del dio della luna le creò il seno e lo splendore di Indra divenne la sua vita. La luce di Varuṇa divenne le sue gambe e lo splendore della terra formò i suoi fianchi.
2.16 I suoi piedi prendevano forma dalla luce di Brahmā e le dita dei piedi dallo splendore di Sürya. Dalla luce di Vasus si formarono le dita e dalla luce di Kubera, il naso.
2.17 Dallo splendore di Prajāpati nacquero i denti, e dallo splendore di Agni i suoi tre occhi.
2.18 L'alba e il tramonto divennero le sue sopracciglia, lo splendore del dio del vento le modellò le orecchie e dalla luce che brillava anche dagli altri dèi prese forma tutto il resto della fausta Devī.
2.19 Quindi, vedendo Colei che si manifestava dalla unione delle loro luci, tutti gli dèi tormentati da Mahiṣa, si rallegrarono.
2.20 Dunque gli dèi le offrirono le armi e gli ornamenti. Dal suo tridente Śiva ne trasse un secondo e glielo diede,
2.21 Viṣṇu le donò un disco che roteò fuori dal suo. Varuṇa le diede una conchiglia; ed Agni, il divoratore di oblazioni, le diede una lancia.
2.22 Vāyu, il dio del vento, le donò un arco e due faretre piene di frecce. Estrasse un fulmine dal suo, Indra, il signore degli immortali,
2.23 Colui che tutto vede (Indra), prese una campana per Lei dal suo elefante Airāvata. Dal suo bastone della morte Yama trasse un altro bastone e Varuṇa, il signore delle acque, le porse un cappio.
2.24 Brahmā, il signore di tutte le creature, le diede il mala ed il kamandalu, il vaso per l’acqua degli asceti. Sūrya, portatore del giorno, conferì a tutti i pori della sua pelle la luce dei raggi di sole;
2.25 e Kāla, il signore del tempo, le offrì una spada ed uno scudo splendente. L'oceano del latte Le donò una collana di perle perfette, ed abiti sempre nuovi,
2.26 un gioiello con stemma celeste, orecchini e bracciali, un radioso ornamento a forma di mezzaluna, e bracciali per tutte le sue braccia,
2.27 un paio di splendenti cavigliere, una collana senza eguali e preziosi anelli per tutte le sue dita.
2.28 Viśvakarman le diede un'ascia scintillante, armi di ogni tipo e un'armatura impenetrabile.
2.29 Ghirlande di fiori di loto che non sfioriscono furono date dall'oceano per la testa e il seno e un altro magnifico loto per abbellire la sua mano.
2.30 Himālaya, il signore delle montagne, le diede un leone su cui cavalcare e molte pietre preziose; e Kubera, il signore della ricchezza, le donò una coppa sempre piena di vino.
2.31 Śeṣa, il signore dei serpenti, che sorregge questa terra, le donò una ghirlanda di serpenti, ornata con gemme preziose.
2.32 Onorata anche dagli altri dèi con ornamenti e armi, la Devī rise fragorosamente e superba.
2.33 Riempì tutto il cielo con il suo terribile ruggito e dall'incommensurabile frastuono un grande eco risuonò.
2.34 Tutti i mondi erano scossi e gli oceani si agitavano. La terra tremò e le montagne si sollevavano.
2.35 Gioiosi gli dèi esclamarono: "Vittoria!” alla Devī che montava il leone; ed inchinatisi con devozione, i saggi la lodarono.
2.36 Quando i nemici degli dèi videro i tre mondi in sommossa, prepararono tutti i loro eserciti per la battaglia e si sollevarono come uno, con le armi in alto.
2.37 “Aha! Cosa succede?” Mahiṣāsura urlò di rabbia. Circondato da innumerevoli asura, si precipitò in direzione del frastuono.
2.38 e allora vide la Devi, che pervadeva i tre mondi con il suo splendore e piegava la terra sotto il suo passo, raschiando il cielo con il suo diadema,
2.39 e tutte le regioni inferiori erano scosse dalla risonanza della corda del suo arco, e in piedi, ferma, penetrava in ogni direzione con le sue mille braccia.
2.40 Quindi, la battaglia iniziò tra la Devi e i nemici degli dèi. Spade e palle infuocate, lanciate in ogni direzione, illuminavano la volta del cielo.
2.41 Il generale di Mahişuraura, il grande asura di nome Cikura, combatté, e Caraara guidò la cavalleria, i carri, gli elefanti e la fanteria.
2.42 Il grande asura chiamato Udagra comandò sessantamila carri, Mahāhanu fornì all’esercito i suoi dieci milioni di soldati,
2.43 e il potente Asiloman combatté con un esercito di cinquanta milioni. Con sessanta milioni Bāṣkala combatté nel conflitto.
2.44 Circondato da una moltitudine di elefanti e cavalli, Parivārita combatté in questa battaglia con dieci milioni di carri,
2.45 e colui che era chiamato Biḍāla, circondato da cinque miliardi di carri combatté con loro.
2.46 In mezzo a questi carri, elefanti e cavalli, miriadi di altri forti asura affrontavano la Devi,
2.47 con i loro innumerevoli carri, elefanti e cavalli circondavano Māhiṣāsura nella mischia.
2.48 Con lance e giavellotti, lance e mazze, spade e asce e lance affilate, combatterono contro la Devi.
2.49 Alcuni gettavano lance mentre altri lanciavano cappi, detrminati ad ucciderla, altri la assalivano con le spade.
2.50 Ma lei, la Devī Caṇḍikā, rovesciò ogni arma e trapassò da parte a parte gli eserciti nemici come fosse un gioco.
2.51 Lodata dagli dèi e dai veggenti, Lei rimaneva serena, mentre scatenava le sue armi sui battaglioni degli asura.
2.52 Il leone sul quale cavalcava, scuotendo la criniera possente, si aggirava tra le folle di demoni mentre il fuoco infuriava nella mischia.
2.53 I sospiri di Ambika durante il combattimento si trasformavano in legioni di centinaia e migliaia di combattenti.
2.54 Erano equipaggiati con asce, giavellotti, spade e lance affilate e grazie alla forza del suo potere, distrussero le orde di demoni.
2.55 Alcuni percuotevano i tamburi di guerra, alcuni soffiavano le conchiglie e altri suonavano i tabors con entusiasmo per la battaglia.
2.56 La stessa Devi, con il tridente, il bastone e le lance, con le sue spade e altre armi, uccise i forti asura a centinaia
2.57 e ne abbatté ancora di più con lo sconcertante suono della sua campana. Legò altri asura con il suo cappio e li trascinò lungo il terreno.
2.58 I suoi colpi di spada ne squarciarono altri, mentre i colpi schiaccianti della sua mazza ne uccisero altri,
2.59 e quelli colpiti dalla sua mazza vomitavano sangue. Altri caddero a terra trafitti da parte a parte dal suo tridente.
2.60 La costante pioggia delle sue frecce aveva fatto somigliare il campo di battaglia a un istrice, e coloro che perseguitavano gli dèi erano arrivati al loro ultimo respiro.
2.61 Alcuni avevano le braccia mozzate, altri il collo spezzato. Le teste di altri rotolavano e i corpi di altri ancora furono fatti a pezzi.
2.62 I forti asura, con le gambe amputate, caddero a terra. Alcuni, squarciati dalla Devi, persero un braccio, un occhio, una gamba.
2.63 Mentre alcuni durante la battaglia danzavano al ritmo dei tamburi, quelli che Lei decapitò cadevano e risuscitavano,
2.64 senza testa, ma stringendo in mano spade, lance ed arpioni. 'Ferma! Ferma! 'Altri forti asura gridarono alla Devi.
2.65 Dove infuriava quella grande battaglia, il suolo era impraticabile a causa dei carri caduti, della distesa di elefanti, cavalli e cadaveri.
2.66 Torrenti di sangue, come potenti fiumi, sgorgavano da elefanti, asura e cavalli in mezzo all'esercito dei demoni.
2.67 In un istante, Ambikā condusse quelle immense legioni di nemici alla distruzione, rapidamente come il fuoco consuma un cumulo di paglia e legna.
2,68 E il suo leone, ruggendo potentemente e scuotendo la criniera, si aggirava tra i corpi alla ricerca di quelli ancora ancora avessero respiro vitale tra i nemici caduti.
2.69 Ecco la risposta della Devi agli eserciti degli asura. Allora gli dèi in cielo fecero cadere sulla terra fiori a sua lode. "

 

Capitolo 3: L'uccisione di Mahişāsura

3.1 Il saggio disse:
3.2 “Ora, quando vide massacrare l'esercito, Cikṣura, il grande generale asura, si precipitò furioso per affrontare direttamente Ambikā.
3.3 Durante il combattimento fece piovere una pioggia di frecce sulla Devī, proprio come una nuvola carica di pioggia si rovescia sulla cima del Monte Meru.
3.4 Ma distruggendo facilmente quella raffica, la Devī colpì quindi con le frecce i suoi destrieri e l’auriga.
3.5 Come un fulmine, spezzò da parte a parte l'arco ed il suo alto stendardo. Avendo distrutto il suo arco, lo colpì agli arti con le sue veloci frecce.
3.6 Con l’arco spezzato, il carro distrutto e i cavalli e l’auriga uccisi, l'asura, armato di spada e scudo, assaltò la Devī.
3.7 Prima colpì il leone sulla testa con la sua spada affilata, poi percosse violentemente il braccio sinistro della Devī.
3.8 Oh re, non appena la spada la toccò, si frantumò. Allora, il potente asura, con gli occhi rossi di rabbia, afferrò la sua lancia ardente
3.9 e la scagliò contro Bhadrakālī, come se stesse lanciando il sole stesso dal cielo.
3.10 Vedendola avvicinarsi, la Devī sfoderò la sua lancia e distrusse il potente asura e la sua arma in cento pezzi.
3.11 Quando il potente generale (Ciksura) fu ucciso, Cāmara, l'afflizione degli dei, avanzò, montando su di un elefante.
3.12 Egli tirò la sua lancia verso la Devī. Prontamente lo sprezzante grido di Ambikā la scagliò impotente a terra.
3.13 Vedendo la sua lancia caduta e frantumata, Cāmara infuriato scagliò un’altra lancia e che lei distrusse con le sue frecce.
3.14 Il leone allora balzò sopra la fronte dell’elefante e si impegnò in un feroce combattimento diretto con il nemico degli dei.
3.15 Lottando, i due caddero a terra, ancora impegnati nel terribile combattimento.
3.16 Improvvisamente il leone balzò verso il cielo, poi discendendo staccò la testa di Cāmara con un solo colpo di zampa.
3.17 Nel combattimento la Devī assalì l'asura Udagra con rocce e alberi; quindi abbatté Karāla mordendo, colpendo e schiaffeggiando.
3.18 Infuriata la Devī colpì Uddhata fino a ridurlo una polpa a colpi di mazza. Quindi uccise Bāṣkala con il giavellotto e Tāmra e Andhaka con le frecce,
3.19 e con il suo tridente la suprema Dea dai tre occhi uccise Ugrāsya, Ugravīrya e anche Mahāhanu.
3.20 Con la spada staccò la testa di Biḍāla dal corpo e con le frecce mandò sia Durdhara che Durmukha alla dimora della morte.
3.21 Ma mentre il suo esercito incontrava la distruzione, Mahişāsura terrorizzava le schiere della Devī assumendo la forma di bufalo,
3.22 spingendo alcuni con il muso e schiacciando altri gli zoccoli. Altri li frustava con la coda e lacerava con le corna.
3.23 Ne fece cadere e rotolare alcuni a terra con la forza del suo muggito, e la furia del suo respiro ne fece cadere ancora altri.
3.24 Dopo aver distrutto le armate della grande dea, Mahişāsura si precipitò in avanti per uccidere il suo leone. A quel punto, Ambikā si arrabbiò.
3.25 Mahişāsura, che non mancava di coraggio, colpiva rabbiosamente la terra con gli zoccoli, con le corna scagliava montagne verso il cielo e le sue grida erano spaventose.
3.26 Sotto il suo rovinoso calpestare la terra franò. Sferzato dalla coda, l'oceano traboccava ovunque.
3.27 Colpite dalle sue corna, le nuvole si frammentarono e si dispersero. Scosse dal suo respiro, le montagne a centinaia caddero dal cielo.
3.28 Quando Caṇḍikā vide avvicinarsi il grande asura, gonfio di rabbia, in lei si risvegliò l'ira e si preparò ad ucciderlo.
3.29 Gettò il cappio contro di lui e lo legò. Impedito così nella battaglia, il potente asura lasciò la sua forma di bufalo
3.30 e assunse la forma di un leone. Non appena Ambikā tagliò quella sua testa, apparve come un uomo con la spada in mano.
3.31 Immediatamente, con le frecce, la Devī lo ridusse a brandelli nonostante la spada e lo scudo. Quindi quello prese la forma di un grande elefante
3.32 e trascinò il possente leone con la proboscide, ma mentre barriva, la Devī tagliò la proboscide con la sua spada.
3.33 Ancora una volta il potente asura assunse la sua forma di bufalo e fece tremare, nei tre mondi, tutto ciò che era mobile ed immobile.
3.34 Arrabbiata, Caṇḍikā, la madre dei mondi, bevve una pozione divina, e con gli occhi arrossati rideva senza posa.
3.35 L'asura rispose muggendo, inebriato dalla propria arroganza, e con le corna scagliò intere montagne contro Caṇḍikā.
3.36 La sua raffica di frecce le ridusse in polvere. Il suo viso era rosso per l'ebbrezza della bevanda divina e si rivolse a lui animatamente.
3.37 La Devī disse:
3.38 “Muggisci, stolto, muggisci per ora mentre bevo questa pozione. Dopo che ti avrò ucciso, gli dèi faranno festa proprio nel luogo in cui ti trovi."
3.39 Il saggio disse:
3.40 “Avendo detto questo, saltò sul potente asura, gli bloccò il collo con il piede e lo trafisse con la lancia.
3.41 Intrappolato sotto il piede della Devī e schiacciato dalla sua potenza, emerse per metà della sua vera forma dalla bocca di bufalo.
3.42 Esposto a metà e combattendo ancora, quel potente asura cadde infine sotto la spada della Devī, che lo decapitò.
3.43 Tra grida di paura, l'intero esercito dei demoni fu sconfitto e gli eserciti divini esultarono.
3.44 Insieme ai grandi veggenti celesti, gli dèi elogiarono la Devi, i musicisti celesti cantarono e le moltitudini delle ninfe celesti si esibirono nelle loro danze.”

 

Capitolo 4: Elogio di Indra e degli altri dèi

4.1: Il veggente disse:
4.2: “Quando la Devī ebbe abbattuto il coraggioso ma malvagio Mahişāsura e il suo esercito di i nemici degli dèi, Indra e la moltitudine degli dèi innalzarono parole di lode, chinarono le loro teste in segno di riverenza, i loro corpi resi splendenti dall’ebbrezza dell’estasi.
4.3: “Alla Devī, che irradia in questo mondo il proprio potere e che è incarnazione di tutti i poteri delle schiere degli dèi; ad Ambikā, degna di adorazione da parte di tutti gli dèi e da parte dei grandi veggenti, ci inchiniamo con devozione. Che ci conceda ciò che è di buon auspicio.
4.4: Possa lei la cui potenza e splendore senza pari, che anche il beato Viṣṇu, Brahmā e Śiva non hanno il potere di descrivere, possa lei, Caṇḍikā, voler proteggere tutto il mondo distruggendo la paura della sventura.
4.5: O Devī, ci inchiniamo davanti a te che sei fortuna nelle dimore dei virtuosi e sfortuna nelle dimore dei malvagi, intelligenza nei cuori dei dotti, fede nei cuori dei buoni e modestia nei cuori dei nobili. Che tu possa proteggere l'universo!
4.6: Come possiamo descrivere questa tua forma, che sovrasta il pensiero? E il tuo grande ed estremo coraggio che distrugge il male? E le tue gesta in battaglia, o Devi, tra la moltitudine di dèi e demoni?
4.7: Sei l’origine di tutti i mondi. Sebbene tu racchiuda in te stessa le tre forze dell’universo, non sei contaminata da alcuna imperfezione. Sei imperscrutabile anche per Viṣṇu, Śiva e gli altri dèi. A te tutti ricorrono. Sei questo mondo nella sua interezza e molteplicità e sei la suprema natura primordiale non trasformata.
4.8 O Devī, sei il mantra della consacrazione la cui espressione in tutti i sacrifici causa soddisfazione all’assemblea degli dèi, sei il mantra che gli umani cantano per la soddisfazione delle moltitudini degli spiriti ancestrali.
4.9 O Devī, sei la causa della liberazione e delle grandi, inconcepibili austerità: i saggi che bramano la liberazione ti contemplano con i sensi controllati, l'intento sulla verità, liberati da tutte le colpe, perché tu sei la conoscenza suprema e benedetta.
4.10 Con il suono come tua essenza, sei lo scrigno che contiene gl’incorrotti inni vedici, cantati per risuonare gioiosamente con il tuo santo nome. Sei la beata Devī, che incarna i tre Veda. Determinata al benessere di tutti, sei la fine del dolore in tutti i mondi.
4.11 O Devī, sei l'intelligenza con cui viene compresa l'essenza di tutte le Scritture. Sei Durgā, la nave sciolta da attaccamenti che porta attraverso l'oceano periglioso della vita. Sei Srī, lo splendore radioso che risiede nel cuore di Viṣṇu. Sei Gaurī, la divinità splendente che dimora con Śiva, incoronata dalla luna.
4.12: Dolcemente sorridente, il tuo volto splendente ricorda la sfera della luna piena ed è piacevole come lo splendore dell'oro più fine. Guardandolo, come poteva Mahiṣāsura, sebbene infuriato, essere spinto a colpirlo?
4.13: Ancora più strano, o Devī, che Mahiṣa non morì nell'istante in cui vide il tuo volto irato, arrossato come la luna nascente e spaventosamente accigliato. Chi può vedere il volto infuriato della morte e vivere ancora?
4.14: O suprema Devī, sii gentile con tutta la creazione, perché quando ti arrabbi puoi annientare le moltitudini. L'abbiamo visto nel momento in cui hai messo fine all’enorme potere di Mahişāsura.
4.15: Quelli con cui sei generosa sono onorati tra i popoli, loro sono le ricchezze, loro sono glorie e le loro azioni virtuose non conoscono limiti. Sono benedetti con figli devoti e mogli leali.
4.16: Chi è virtuoso e consapevole compie quotidianamente le azioni prescritte, o Devī, e con la tua grazia raggiunge il cielo. Non sei dunque tu colei che aggiudica le ricompense in tutti e tre i mondi?
4.17: Se ricordata nel pericolo, rimuovi la paura da ogni creatura. Ricordata nel momento di pace, conferisci ancora maggiore serenità mentale. Tu che sei la fine della povertà, della sofferenza e della paura, veramente chi oltre a te è sempre impegnato per il bene di tutti?
4.18: Il mondo si rasserena quando uccidi i suoi nemici, e sebbene possano aver commesso tanto male da condannarli a lungo in preda al tormento, quando abbatti i nostri nemici, o Devī, tu pensi infatti, “che possono raggiungere il paradiso morendo in battaglia con me”.
4.19: Perché con il tuo solo sguardo non riduci in cenere tutti gli asura? Perché colpiti dalle tue armi sono da esse purificati, e anche quegli avversari possono raggiungere i mondi superiori. Anche nei loro confronti le tue intenzioni sono benevole.
4.20: Se la luce sfavillante della tua spada o l’abbagliante fulgore della tua lancia non accecava gli occhi degli asura, era perché hai mostrato loro lo splendore lunare che si irradia dal tuo viso.
4.21: O Devī, la tua natura è quella di assoggettare la cattiva condotta dei malvagi. Nessuno può eguagliare la tua inimmaginabile grazia, poiché anche se potresti distruggere coloro che hanno leso il potere agli dèi, mostri compassione verso quei nemici.
4.22 A che cosa può essere paragonato il tuo valore? In quale altro luogo vi è una bellezza così incantevole, che tuttavia è il terrore dei nemici? Dove nei tre mondi sono la compassione nel cuore e la determinazione in battaglia come sono in te, o benefica Devī?
4.23 Distruggendo tutti i nemici, hai salvato i tre mondi. Avendoli uccisi sul campo di battaglia, hai portato persino quelle schiere demoniache ed ostili a raggiungere il cielo, persino mentre scioglievi da noi paura di loro. Salute a te!
4.24: Proteggici con la tua lancia, o Devī, e proteggici con la tua spada, o Ambikā. Proteggici con il clamore della tua campana e con l’eco della corda del tuo arco.
4.25: Proteggici dall’est e dall’ovest, O Caṇḍikā. Proteggici dal sud e anche dal nord, O Īśvarī, brandendo la tua lancia.
4.26: Con le tue gentili e terribili forme, con cui ti muovi attraverso i tre mondi, proteggi noi e anche la terra.
4.27: O Ambikā, con la spada, la lancia, la mazza e qualunque altra arma abbiano toccato le tue gentili mani, proteggici da tutti i lati." 4.28: Il saggio disse:
4.29: "Così gli dèi la lodavano come protettrice dei mondi, onorandola con i fiori che sbocciano nel paradiso di Indra e con i profumi.
4.30: Con devozione, gli dèi riuniti le offrirono divino incenso. Con sereno assenso la Dea parlò a tutti gli dèi, prostrati davanti a lei in riverenza. 4.31: La Devī disse:
4.32: 'Tutti voi dèi, chiedete quello che volete da me. Soddisfatta dai vostri inni, lo concederò volentieri. " 4.33: Gli dèi dissero:
4.34: “Da quando tu, o gloriosa, hai ucciso il nostro nemico Mahişāsura, tutto è stato realizzato; nulla resta da fare.
4.35: Ma se vuoi concedere una benedizione, o potente sovrana, possa tu liberarci dalle nostre sventure ogni volta che ricorriamo a te.
4.36: O possa, tu che sei senza macchia, incrementare la ricchezza, la famiglia ed il successo a qualunque mortale ti loderà con questi inni.
4.37: Con il tuo potere di prosperità, O Ambikā, sii sempre generosa con noi" 4.38: il veggente disse:
4.39: "O re, così propiziata dagli dèi per il bene del mondo e per il loro, Bhadrakālī disse: “Così sia," e svanì alla loro vista.
4.40: Così si racconta, o re, di come apparve molto tempo fa dai corpi degli dèi, la Devī che desidera il benessere dei tre mondi.
4.41: Racconterò in seguito come, per la distruzione di Śumbha e Niśumbha e di altri malvagi daitya, sia apparsa dal corpo di Gaurī,
4.42: la benefattrice degli dèi, per la protezione dei tre mondi. Ascoltami! Ti racconterò come è successo."


COMMENTO


Meditazione su Mahālakṣmī: La carnagione rosso corallo di Mahālakṣmī, che presiede il secondo carita, la identifica come la vyaṣṭi rajasica di Devī; e il suo trono di loto, che emerge dal fango ma rimane immacolato, simboleggia la purezza spirituale e il distacco dalla mondanità.
Mahālakṣmī regge tra le sue diciotto mani i simboli dei suoi attributi e poteri. Sei di loro - la mazza, la freccia, l'arco, la spada, la conchiglia e il disco li condivide con Mahākālī. Per quanto riguarda gli altri, il mala simboleggia la conoscenza o la devozione spirituale. L'ascia rappresenta la saggezza che distrugge l'ignoranza e che spezza i legami mondani. Il fulmine, associato a Indra ed agli dèi della tempesta in altre culture, è simbolo di invincibilità ed illuminazione. Un altro simbolo naturale è il loto, che nella tradizione indù rappresenta le qualità propizie della bellezza, prosperità, pace, felicità, eterno rinnovamento, purezza e sviluppo spirituale. Il kamandalu può significare fertilità e ricchezza o purificazione; dall’associazione con gli asceti può anche rappresentare la rinuncia; se associato a Mahālakṣmī il suo significato principale è fertilità e abbondanza. La verga è un simbolo di disciplina; la lancia, del potere penetrante della conoscenza; lo scudo, di protezione. Tra i differenti significati della campana, quello che meglio si accorda alla narrazione del Devīmāhātmya è il potere di ispirare la paura nei nemici. Il suo suono nitido simboleggia l'intuizione spirituale che dissipa l'ignoranza. La coppa del vino è connessa alla gioia od alla felicità. Di solito si dice che le tre punte del tridente rappresentano i poteri divini di creazione, conservazione e distruzione; in alternativa simboleggiano la distruzione del tempo, dello spazio, e della causalità. Il cappio rappresenta l'attaccamento alle cose terrene. Sebbene queste armi rappresentino in un primo significato il potere della divinità, esotericamente raffigurano il lavoro interiore della coscienza umana.

Hrīm, noto come śaktibīja o māyābīja, indica l'onnipresenza della Devī. Nell'antichità i veggenti vedici descrivevano Brahman come saccidānanda - esistenza-coscienza-beatitudine - un’espressione che non esprime tre qualità separate ma che cerca di suggerire qualcosa della realtà suprema che è unitaria e indefinibile. Possiamo mettere in relazione questa locuzione vedica con i bija mantra tantrici che aprono le tre carita del Devīmāhātmya. Come aiṁ (1.1) dichiara che Devi è pura consapevolezza, hrīṁ (2.1) afferma la sua sostanziale natura quale essere assoluto. Nella terza carita, klīm (5.1) proclamerà che è una felicità incondizionata. Insieme, i bija mantra tantrici aim hrīṁ klīṁ sono un altro modo di raccontare la realtà suprema.
Di per sé, il bija hrīṁ si rivela come il mantra supremo della Devī, l'equivalente Śākta del Vedico OṀ, esso stesso la forma sonora dell'Assoluto, che non è differente dall’energia che ha dato vita a tutta la creazione.

Il racconto della seconda giornata narra la battaglia con l'impetuoso, irascibile Mahiṣāsura, il cui nome significa "demone bufalo". Mahiṣa è il capo degli asura che prende l'iniziativa di destituire Indra - qui chiamato Puramdara ("distruttore di roccaforti"). L'epiteto allude al fulmine il potere di Indra per liberare la pioggia vivificante dalle nuvole. Mahiṣa diventa quindi il signore dei cieli. In sanscrito il verso recita, “indro bhun mahiṣāsuraḥ” ("Mahiṣāsura è diventato Indra"). Per chiarire, nell'intendimento post-vedico, Indra non è più la divinità suprema né un dio individuale specifico; il nome indica invece la posizione che presiede nel pantheon, proprio come il titolo Manu indica un ruolo occupato in varie occasioni da persone diverse. Lo stesso vale per la regalità terrena e qui Medha traccia intenzionalmente un parallelo tra l'espropriazione di Indra e Suratha. L'insegnamento della seconda carita è inteso specificamente per il re.
La parte iniziale della narrazione (2.2–8) riflette ulteriormente il passaggio dalla vecchia religione vedica al settarismo devozionale dei tempi Puranici. Le tre divinità nominate quando Brahmā guida gli dèi sconfitti a Viṣṇu e Śiva (2.4), sono le stesse che formeranno la Trimūrti dell'induismo moderno. Il gruppo delle trenta divinità menzionate in seguito (2.5) si riferisce, in numero arrotondato, alle trentatre divinità vediche primarie, sette delle quali sono nominate nel verso seguente. La triste immagine delle moltitudini dei vecchi dèi vedici che vagano, espropriati, sulla terra (2.7) illustra la condizione fiaccata che li porta a fare appello alle due grandi divinità post-vediche, Viṣṇu e Śiva, per il rifugio e la liberazione (2.8).

Gli dei sono impotenti di fronte alla minaccia del demone, probabilmente incapaci di resistere alla tentazione di ritornare a uno stadio di manifestazione inferiore, incosciente. Così, i tre grandi Dei superiori, il seme, Brahma, la continuità, Vishnu, la sublimazione e coscienza, Shiva, dovettero affrontare il pericolo che incombeva e perciò ricorsero a Lei, alla Madre di tutto. Insieme, di fronte al pericolo, richiamarono in sé la potenza yogica che li aveva manifestati, la potenza in Sé, quella che fino ad allora aveva avuto nomi vaghi e poetici, come Vak, Parola, quella che era all'origine, o soltanto Aditi, la Prima, la prima esistente.
Prima del momento della battaglia la Dea è nascosta nell'invisibile, inaccessibile gli dei stessi che, apprendiamo qui, sono sue creature, suoi figli, figli di mistero che rimane nascosto a loro stessi, ma che li ha generati, prima del tempo, con il potere che Le è proprio: la Parola. Dalla potenza dei tre grandi Dei superiori, unificata, essi proiettano il ricordo consapevole di Colei che li aveva generati e che li univa come una cosa sola, e che in loro persisteva come anima e coscienza, la divinità degli esseri divini stessi. Con questa meditazione, dal loro pensiero emanò Durga, l'Inaccessibile.
“I deva videro una concentrazione di luce come una montagna che arde eccessivamente, pervadendo tutto con le sue fiamme. Poi quella luce unica, prodotta dai corpi di tutti i deva, che pervade i tre mondi con la sua luce, combinata in uno, divenne una forma femminile”.
Grazie a Lei, che si manifesta sul campo di battaglia come quintessenza degli Dei, il Dharma si salvò dal pericolo che già all'origine era presente, insieme alla creazione, poiché tutto ciò che è creato è mortale: la sua dispersione nell'oscurità della morte, precedente alla nascita, l'inconsapevolezza di essere, la nescienza. L'uscita dallo stato di nescienza, o ignoranza metafisica, è di fatto il tema del cammino spirituale indiano, la conquista della coscienza di sé.
Durga si presenta scintillante, di colore rosso, adorna di gioielli magnifici e dotata di dieci braccia, ciascuna armata di un'arma invincibile con cui sottomettere qualsiasi nemico. Indossa l'abito rosso della regalità, cavalca la belva più feroce e regale, il leone, sorride radiosa della vittoria che sta per compiersi sul nemico del mondo. Agli dei si palesa l'aspetto stesso della vittoria della vita e della coscienza sulle tenebre e la hybris dei demoni.

Mahiṣāsura-mardini, colei che ha sconfitto Mahiṣāsura diventerà uno dei nomi più usati della Dea a ricordare una delle sue imprese più gloriose. E il ricordo di questa battaglia, che verrà trasformato in un inno molto popolare, il Mahiṣāsura-mardini stotram, è la condizione sufficiente perché il favore della Dea ridiscenda in soccorso del devoto quando le difficoltà della vita lo rendono necessario. Questa è la promessa che gli Dei riescono a ottenere quando si riuniscono a lodarla per la vittoria a cui lei stessa concede di esprimere un desiderio che verrà esaudito. E questo sarà appunto il suo soccorso, in memoria della vittoria su Mahiṣāsura.

Le lodi degli dei costituiscono la maggior parte del quarto capitolo, in un susseguirsi di finezze teologiche e filosofiche e richiami morali. L'inno (4.3–27) è noto come Śakrādistuti (“Lode di Indra e degli altri dei”), perché Indra è chiamato qui con il nome Śakra (“il potente”), un epiteto derivato dalla radice verbale śak ("Essere in grado"), che è anche l’origine della parola śakti.

I Veda dichiarano fin dai primi tempi che il mondo è creato dalla Parola (śabda, letteralmente "suono"). "Con il suono come la tua essenza" richiama la dea vedica Vāk, la Parola creativa attraverso la quale e da cui l'universo viene alla luce. Secondo la filosofia Śākta, la realtà divina e il suo potere di auto-rivelazione (vāk) sono inseparabili. Per semplificare un soggetto immensamente complesso, la pura coscienza è immutabile, immobile e quindi senza suono (aśabda). La stessa realtà dell'energia creativa è dinamica e il suo movimento iniziale si manifesta come la vibrazione del suono (śabda). Vāk o śabda — i termini sono intercambiabili — presuppone crescenti gradi di manifestazione nella sua discesa dal livello causale dell'idea creativa iniziale, al piano dell'universo fisico con il suo suono impercettibile (sottile), fino ai suoi suoni udibili (grossolani) del discorso articolato. Riconoscendo un continuum ininterrotto attraverso tutti i livelli di esistenza, lo Śākta Tantra considera il mantra come la presenza effettiva, o incarnazione nel suono, di una divinità. Nel senso più ampio, śabda è il flusso di coscienza dall'Uno ai molti.

Secondo i grammatici indiani, la forma sottile di śabda si chiama śphota, letteralmente "scoppiare, aprirsi, espandersi". śphota è l'energia eterna, indivisibile e impercettibile alla base del grossolano śabda, i suoni articolati che compongono le parole. È lo śphota che trasmette l'idea, che “esplode” o si accende nella mente quando il discorso viene ascoltato (o letto). Curiosamente, lo śphota si manifesta con i suoni della parola anche mentre manifesta il significato della parola. Nel linguaggio Śākta, troviamo lo stesso concetto, la Devī è contemporaneamente la fonte dei Veda, la loro incarnazione e l'intelligenza con cui la loro essenza è compresa.

In un improvviso cambiamento, dall'astrazione dei termini metafisici, si passa a chiamare la Devī con tre nomi personali: Durgā, Śrī e Gaurī. Questo segna la prima apparizione nel testo del nome Durgā, anche se l'intera seconda carita è incentrata sull'uccisione di Mahiṣāsura da parte di Durgā, e anche se un titolo alternativo della Devīmāhātmya è Śrī DurgāsaptaśatI. Durgā significa in sanscrito "di difficile accesso o approccio", l'inaccessibile, (Vergine, come verrà chiamata la Madre divina in occidente); l'analogia suggerita è con una cittadella o la fortezza, a sottolineare sia la sua invulnerabilità che la sua protezione.
"Sei Durgā, la nave libera da attaccamenti che ti porta attraverso l'oceano difficile della vita", si riferisce a un verso molto più antico del Ṛgveda in lode di Aditi (ṚV 10.63.10). Lì, tra una lunga serie di epiteti, l'antica Grande Madre è elogiata come incomparabile protettrice, rifugio sicuro e sicura guida. Aditi viene paragonata a una nave divina, ben equipaggiata con remi, priva di difetti e che non imbarca acqua. "Saliamo a bordo di questa nave", canta l'inno, "per il nostro bene".
Śrī ("luce, splendore, bellezza") era originariamente il termine vedico per la gloria intrinseca di qualsiasi dio o dea. In seguito personificata come una dea, Śrī si fuse con Lakṣmī, consorte benevola di Viṣṇu, associata alla fertilità, al successo e all’abbondanza.
In contrasto con lo splendore solare di Śrī c'è il delicato splendore lunare di Gaurī ("bianco, pallido, splendente, bello"), altrimenti nota come Pārvatī, la benevola moglie di Śiva.
Apparendo in rapida successione, Durgā, Śrī e Gaurī — tre nomi legati alla tradizione Śākta, Vaiṣṇava e Śaiva — formano una visione globale della Divina Madre che attraversa le linee settarie e parla della sua universalità e unità.

La parte centrale del Śakrādistuti riguarda la battaglia con Mahiṣāsura e funge da commento ai due capitoli precedenti. Per prima cosa introduce i temi del malvagio (4.12), dell'ira divina (4.13-14), della grazia divina (4.15-17) e della redenzione (4.18), che poi si intrecciano in un riassunto conclusivo (4.18–23). A prima vista, i dodici versi formano una lezione teologica sulla relazione tra esseri umani e una divinità personificata. A un livello più profondo il passaggio funziona come un'allegoria sul male e la grazia redentrice, la retribuzione delle azioni e la misericordia. Infine gli Dei stessi si interrogano, sbalorditi, sulla Grazia della Dea, che concede a chi si confronti con la più alta e inaccessibile dimensione del Divino, di guadagnare la conoscenza e la devozione che gli permetteranno di salvarsi.




 

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