Meditazioni con i Tarocchi

 

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Testi del Vedanta, dello Yoga e della tradizione Hindu.

Dal 2001 Visionaire.org è scritto, illustrato, pubblicato da Beatrice Polidori (Udai Nath)

Meditazioni con i Tarocchi

Quando il seme si getta nella terra possiede in sé ogni conoscenza dell’albero, ma l’albero abita ancora l’invisibile. Si trova in uno stato di latenza, che nella mente universale è visibile come la forma pura e perfetta dell’albero, mentre sulla terra non è ancora visibile. E’ la conoscenza contenuta nel seme a germogliare nella pianta. Perciò il seme scompare, consumato dal risveglio dalla sua conoscenza, e si manifesta la forma che custodiva. Si dice infatti che il seme deve morire per generare il frutto.
Questa è anche la discriminazione delle anime, che attende ogni seme divino caduto in terra, nel mondo mortale. La sua capacità di risalire è proporzionale al discernimento e alla purezza della sua condotta, la condizione della sua riuscita è la conoscenza, chiara e disinteressata, della propria intrinseca natura e il distacco da tutto ciò che non è autentico e necessario.
Quando il seme non si disperde nel vento, e la sua energia è integra, protetta e stabilizzata, la sua stessa natura manifesterà la conoscenza che è in esso, come una forza occulta che lungamente attendeva di compiere il suo disegno.
Sotterranea, la germinazione si svolge nel mondo lunare e umido, parla con il linguaggio simbolico dei fluidi e delle intuizioni, con il silenzio delle acque perenni del corpo oceanico del cosmo. La Luna illumina le tenebre e guida i flussi vitali, sovverte le forze del giorno, fa della mente svuotata dello yogi il lago luminoso della beatitudine, il grembo materno del divino.

 

La religione universale è racchiusa nel canto del mattino, quando all’alba ogni cosa vibra della coscienza risvegliata dalla luce. Il canto degli uccelli, delle acque e del sole ha la forma della coscienza e la natura della vibrazione invisibile e primordiale. Qualsiasi lingua componga il canto, umana o animale, intona l’inno primordiale all’Aurora e al suo Signore: la potenza del risveglio, la luminosità della presenza. Si impari perciò il canto della religione universale e lo si intoni insieme a tutto il cosmo visibile e invisibile.
Con l’esercizio contemplativo del canto si apprendono gli equilibri naturali che permettono la guarigione profonda: la purificazione, la giusta misura, la cura e l’attenzione, il distacco, la stabilità, la competenza. Dopo la morte apparente della notte, il canto del mattino riporta i fluidi a comporsi nel risveglio della vita, guidati dall’elemento igneo del sole, verso il suo massimo splendore, come il seme che risale nel cuore.
Così l’antico ritorna nuovo e il vecchio ritorna giovane. E’ un antico enigma che sigillava certi gradi di sapienza. Il volto vecchio del tempo prendeva le fattezze del bambino, del Fanciullo eterno e divino, il sole. E il tempo, come una freccia apollinea, si declina sotto il controllo che lo yogi ha compiuto sul proprio respiro: Festina Lente, affrettarsi lentamente. Si incominci presto la Sadhana e si mantenga a lungo, si raggiunga gradualmente il controllo del soffio vitale.

Tapasya. Il sacrificio di impulsi, azioni, intenzioni; la fermezza nel dedicarsi a un fine superiore, anche se resta momentaneamente invisibile agli occhi, sentito fermamente nel cuore. Non un semplice rallentare, non soltanto comprendere: la postura autentica dello yogi è fermarsi, arrestare il movimento della mente, dei soffi e delle articolazioni, in contemplazione dell’invisibile. Come il sole resta fermo, mentre i pianeti ruotano attorno, essendo l’astro attorno a cui tutto si rivolge, così l’invisibile, per grazia dello yoga, diventa visibile a tutti, diventa il calore che muove ogni vivente, il cuore che abita ogni creatura. Energia che, da sola, detiene il potere di rendere stabile ciò che è incerto, controllato quello che era aleatorio, così come il sole tiene in vita i viventi, il calore interno, che appare come energica figura femminile, consapevole del suo sacrificio, tiene salde le fauci della belva solare che altrimenti divorerebbe le sue creature, soggette all’impulso, al desiderio e alla morte incosciente. Ciò che l’io percepisce come sacrificio, ritrovando la sua origine nel Sole, diviene per le creature la Madre del mondo e la protezione invincibile.

 

La follia e l’incomprensibile che abitano questo mondo sono fondati sull’ordine invisibile del cosmo. La solitudine, sull’assoluto. La debolezza, sull’immutabile. Lo spregevole, sull’ingiudicabile. L’inefficace, sull’eterno esistente. Il margine, sul centro. Solo così ciò che abita debolmente il tempo può sussistere. La sua esistenza è fondata in ciò che è permanente e costante, nascosto in bella vista, nell’ordine di grandezze infinitamente superiori che stanno al proprio destino universale, da quando furono espulse dal primo ente, nell’espansione dello spazio, in ordine sparso e sincronico, aprendo un caos ben informato, che fu lo spazio tempo. Questa visione non corrisponde alla porzione razionale che la mente può sopportare. Solo nell’abbandono si può averne la soverchiante intuizione, nella crisi del raziocinio convenzionale, dove l’unico appiglio sia ritrovato nell’Infinito. Dall’altra, colui che di questo mondo non coglie i frutti, non usa questo mondo come cosa, e non fruisce delle sue soddisfazioni, è nella posizione da cui può osservare e contemplare le molte sofferenze e gli errori, stando nello stesso punto in cui i mondi ruotano attorno e si sincronizzano, da sempre: l’osservatore. Solo chi abbia mantenuto questa distanza e sentimento di distacco, alla fine, potrebbe giudicare, tra le infinite variabili di un gioco, sempre uguale, chi abbia avuto la palma del giusto. Quell’osservatore silenzioso ritroverebbe la Parola, la regola e la legge che reggono ogni cosa.

Si osserva il ventre rotondo della regina del mondo, il luogo da cui ogni cosa prende origine, carico delle promesse di vita futura e nascosto sotto gli occhi di tutti, coperto dalla Maya del mondo, il suo abito magnifico e illusorio, che ne vela il mistero. Gli indiani chiamano questo luogo invisibile Hiranyagarbha, l’utero universale, dove risiedono i mondi prima della creazione. La regina è sorvegliata dal serpente primordiale, il Naga. Così come un serpente è nudo l’asceta, che sfugge lo sguardo del mondo e come il serpente è privo di ogni possedimento, è eterno e primordiale, solitario e muto, e come il serpente abita nascosto sotto la roccia. Il serpente asceta, demone benevolo, custodisce il ventre della Madre del mondo, l’attesa degli eventi che seguiranno, segnato dal numero nove: come i mesi della gestazione, nove come gli yogi primordiali. Si dà il tempo in cui le cose sono nelle mani senza mani del serpente, custodite nel silenzio e nel segreto. Questo tempo sorveglia e contempla la manifestazione in potenza, determina il ciclo dell’eterno ritorno, di ciò che sempre si rinnova e delle sue stagioni. Bisogna venerare e rispettare il silenzio del serpente asceta, perché il demone del genus, di ciò che nascerà, istruisca la ruota del tempo in direzione favorevole e benevola. Così le ragazze della Roma arcaica scendevano nella caverna del serpente per propiziare la fertilità e il parto. La grande Dea, custodita dal serpente, era detta Giuno Sospita, protettrice delle puerpere e dei nascituri.

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