Vivekacudamani, versi 1-70

VISIONAIRE.ORG

Testi del Vedanta, dello Yoga e della tradizione Hindu.


Dal 2001 Visionaire.org è scritto, illustrato, pubblicato da Beatrice Polidori (Udai Nath) ©

Seminari Autunno 2018

A Pesaro e su Skype
Informazioni: 370.3636348

 

LA DEA MADRE MITO
MISTERI E DEVOZIONE IN INDIA
14 Ottobre 2018

 

SRI VIDYA
YANTRA, MANTRA, TANTRA
18 Novembre 2018

 

I NOMI MISTICI
DELLA MADRE DIVINA
16 Dicembre 2018

 

PROGRAMMA IN PDF

 

 

 

1. Rendo onore al sadguru Govinda la cui natura è suprema beatitudine, il quale si rivela mediante l’insegnamento vedantico che è di là dal linguaggio e dalla percezione mentale.
2. Per tutte le creature viventi non è agevole avere una nascita umana, in particolare ottenere un temperamento maschile, più difficile è perseguire il sentiero della devozione vedica, più difficile ancora è acquisire la perfetta conoscenza delle Sacre scritture. Altresì è raro discriminare tra il Sé e il non-Sé e realizzare l’identità del Sé con Brahman. Questo tipo di liberazione perfetta è il risultato di meriti accumulato nel corso di innumerevoli nascite.
3. I più rari presupposti per la liberazione sono tre e sono dovuti all’influsso del grande Signore: la nascita in un corpo umano, l’ardente volontà di liberazione, la protezione di un Saggio già realizzato.
4. Colui che si è innalzato fino a possedere la condizione umana, con un temperamento maschile, che ha completa conoscenza della sruti (Tradizione) e che tuttavia trascura la sua emancipazione, aderendo a cose illusorie, commette senza dubbio un suicidio.
5. Sarebbe senz’altro uno sciocco chi, possedendo una nascita umana con qualità maschili, si astenesse dal voler realizzare la meta dell’esistenza.
6. Lasciate che il popolo menzioni gli sastra, che invochi gli dei con sacrifici, che segua i riti e si renda propizie le divinità personali; eppure vera liberazione non v’è senza la perfetta realizzazione della propria identità con l’Atman, nemmeno in cento vite di Brahma".
7. “L’immortalità non si consegue mediante le ricchezze”, dichiara la sruti; è chiaro che la liberazione non può essere ottenuta con azioni materiali meritorie.
8. L’intelligente ricercatore, che ha rinunciato al desiderio per gli oggetti sensoriali, deve avvicinare debitamente un buon e generoso Istruttore, concentrandosi sul vero significato delle parole e sforzandosi di realizzare la propria emancipazione.
9. Raggiunto lo stato di yogarudha, con l’ininterrotta discriminazione, il ricercatore deve strapparsi dall’oceano delle trasmigrazioni nel quale si trova.
10. Il dotto asceta che vuole realizzare il Sé deve trascendere tutte le azioni e rompere le catene delle nascite e delle morti.
11. Le azioni meritorie servono a purificare la mente, non a comprendere la realtà. La realizzazione del Sé è sempre frutto di investigazione discriminante e non di azioni meritorie per quanto numerose.
12. Solo con la corretta investigazione si finisce per comprendere che la corda è stata scambiata per l’illusorio serpente, facendo così cessare ogni timore e sofferenza.
13. Si arriva a conoscere il Sé seguendo i salutari consigli di un Saggio realizzato, non bagnandosi nelle acque sacre, moltiplicando le offerte o facendo interminabili pranayama.
14. Il successo finale dipende essenzialmente dalle qualificazioni del ricercatore; il tempo, il luogo e l’impiego di mezzi ausiliari sono aspetti secondari.
15. Un ricercatore del Sé deve appoggiarsi alla propria investigazione, dopo aver abilmente avvicinato un Istruttore, il quale deve possedere la perfetta conoscenza del Brahman e una grande compassione.
16. La comprensione di sé, la conoscenza oggettiva, l’abilità di riconoscere la verità nelle Scritture o di capire le contrapposizioni relative, sono le qualità che deve possedere un candidato alla liberazione degno della conoscenza dell’Atman.
17. Solo colui che usa il discernimento, il distacco, la calma con le qualità concomitanti, e che aspira ardentemente alla liberazione può investigare sul Brahman.
18. I Saggi hanno detto che per la realizzazione occorre praticare quattro qualificazioni, senza le quali l’attuazione del Brahman può fallire.
19. La prima è la discriminazione tra reale e irreale, la seconda è il distacco da ogni frutto dell’azione sia in questo mondo sia in altri, la terza è costituita dal gruppo delle sei qualità, quali la calma mentale, ecc., e la quarta è l’aspirazione ferma e ardente alla liberazione.
20. Il discernimento tra reale e irreale si fonda sull’incrollabile convinzione che solo Brahman è reale e che l’universo fenomenico è non-reale.
21. Vairagya è il distacco da tutti i godimenti transitori, da quelli corporali a quelli corrispondenti allo stato di Brahma.
22. La rinuncia, fondata sulla riflessione personale e sull’insegnamento del guru, dev’essere applicata a tutti gli organi e a tutte le condizioni di godimento.
22. Sama è la condizione di mente pacificata che contempla costantemente la meta, dopo essersi distaccata dalla molteplicità degli oggetti sensibili perché ne ha messo in evidenza la loro vacuità.
23. Dama, o autodominio, si ha quando si staccano i due gruppi di organi sensoriali dai loro oggetti corrispondenti, riportandoli ai loro rispettivi centri. Il raccoglimento è reputato perfetto quando gli oggetti esterni cessano di mettere in moto le modificazioni mentali.
24. Titiksa, o la pazienza, è quella condizione che sa accettare le afflizioni senza risentimento o ribellione, trovandosi libera da ogni ansietà e da ogni lamento.
25. Sraddha è l’aderenza fiduciosa alla verità esposta nelle Scritture e dal proprio guru; con essa si perviene ad apprendere il reale.
26. Samadhana, o fermezza mentale, è quella condizione in cui la buddhi è costantemente concentrata sull’assoluto Brahman, senza cadere nel gioco mentale.
27. Mumuksuta, o l’anelito all’emancipazione, è quella determinazione di apprendere la propria reale natura affrancandosi da tutte le forme di schiavitù, da quelle relative al senso dell’io a quelle del corpo grossolano create dall’ignoranza.
28. Nei tiepidi, questa sete di liberazione può essere risvegliata con l’aiuto e con l’influsso dell’Istruttore.
29. Sama e le altre qualità hanno vero significato ed effetti positivi solo quando vairagya e la sete di liberazione si affermano con vigore.
30. Se invece la rinuncia e l’anelito alla liberazione permangono deboli, anche la calma della mente e le altre qualità diverranno illusorie, come un miraggio nel deserto.
31. Fra i mezzi che portano alla liberazione, la devozione occupa un posto elevato. La ricerca costante della propria reale natura si chiama devozione (bhakti).
32. V’è chi sostiene che la ricerca verso la verità del Sé non sia altro che bhakti. Chi aspira alla verità dell’Atman deve, avendo le qualificazioni suddette, avvicinare un saggio Istruttore che lo guidi ad emanciparsi dalla schiavitù.
33. Un Saggio che sia versato nella sruti, vero conoscitore del Brahman e calmo come il fuoco che ha consumato tutto il combustibile, che sia diventato un oceano di misericordia e la cui benevolenza si espanda in modo inesauribile su quanti a lui si prosternano.
34. A questo guru il discepolo deve avvicinarsi, con profonda devozione e, offrendogli umilmente i servigi, chiedergli ciò che deve conoscere.
35. O Maestro e amico di coloro che si abbandonano a te, io m’inchino. Affrancami dall’oceano delle nascite e delle morti in cui mi dibatto, guardami con i tuoi occhi penetranti che effondono influssi di grazia.
36. Salvami dalla morte perché sono preda delle fiamme inestinguibili del Samsara e sbattuto dagli impetuosi venti delle avversità. Nel mio spavento cerco rifugio in te perché non conosco nessun altro in cui cercare riparo.
37. Vi sono anime sante, serene e magnanime che, simili alla primavera, effondono una benefica influenza per il bene dell’umanità. Costoro, avendo trasceso l’oceano delle nascite e delle morti, per un atto d’amore aiutano i loro simili a trascenderlo a loro volta.
38. Invero è nella natura del magnanimo di aiutare gli altri a rimuovere l’incompiutezza, come la luna spontaneamente rinfresca la terra arsa dagli infuocati raggi del sole.
39. O Signore, dimmi parole preziose come il nettare, sgorganti come una fonte dalle tue labbra, rese più soavi dalla tua esperienza della beatitudine del Brahman; versale su di me rinfrescanti, pure e così gradevoli alle mie orecchie; su me che sono arso dai dolori terreni, come la foresta dalle fiamme di un incendio. Benedetti sono coloro che tu hai illuminato con uno dei tuoi sguardi, accogliendoli sotto la tua protezione.
40. Come attraversare l’oceano del Samsara? Quale sarà la mia meta? Quali dei tanti mezzi dovrò adottare? Confesso la mia ignoranza. O Signore, salvami; dimmi come por termine alle miserie dell’esistenza relativa.
41. Mentre il discepolo si esprime in tal modo, cercando scampo dal fuoco del Samsara, il nobile Maestro gli volge uno sguardo di benevolenza, esortandolo a non aver paura.
42. A colui che, assetato di liberazione, sollecita un aiuto e protezione, a colui che si conforma ai canoni delle Scritture e che ha la mente serena e tranquilla, il Maestro non può non dare l’insegnamento con la massima benevolenza.
43. Non temere o accorto discepolo, per te il pericolo è scomparso perché vi è un mezzo per trascendere l’oceano delle esistenza transitoria, e questo mezzo di cui i Saggi si sono serviti per raggiungere l’altra riva, io lo svelerò a te.
44. V’è un mezzo eccellente che estingue il timore della esistenza relativa e col quale potrai attraversare l’oceano del Samsara e raggiungere la suprema beatitudine.
45. La riflessione sul significato del Vedanta conduce ad una conoscenza che determina, a sua volta, l’estinzione di tutte le sofferenze generate dal Samsara.
46. A coloro che cercano la liberazione, la sruti indica, come fattori principali, la fede, la devozione e la pratica della meditazione. Coloro che vi si dedicano in modo persistente si affrancano dalla schiavitù dei corpi che vivono della forza dell’ignoranza.
47. L’identificazione con la non-conoscenza ti ha fatto cadere – tu che sei Sé supremo – nella schiavitù del non-Sé. Essa è la causa che ti fa perpetuare la strada delle nascite e delle morti. Ma il fuoco della conoscenza illuminante, acceso dalla potenza del discernimento-discriminazione (viveka), consumerà i semi dell’ignoranza.
48. Il discepolo disse: degnati di ascoltare, o Maestro, la questione che desidero sottoporti. Sarà con grande soddisfazione che accoglierò la risposta che cadrà dalle tue labbra.
49. Che cos’è questa schiavitù (bandhah)? Come viene? Come si perpetua? Come ci si può affrancare? Qual è il non-Sé e quale il supremo Sé? Come distinguere il Sé dal non-Sé? Spiegami, te ne prego, ciascuno di questi punti.
50. Il guru rispose: sii tu benedetto perché desideri raggiungere l’assolutezza del Brahman, liberandoti dalla schiavitù dell’ignoranza. È venuto il momento di estinguere la tua esistenza condizionata e glorificare la tua famiglia (kulam).
51. Sappi però che un padre potrà incontrare tra i suoi figli o nelle sue amicizie qualcuno che pagherà i suoi debiti, però non potrà mai trovare un sostituto che possa rompere le catene della sua schiavitù.
52. Se un peso che si porta sulla testa è tanto gravoso da provocare spossatezza e dolore, esso può essere alleggerito anche da altri. Ma se si soffre la fame, la sete, e così via, questa sofferenza nessuno può allontanarla se non se stessi.
53. Per riacquistare la propria salute, un malato deve seguire la giusta dieta e prendere le prescritte medicine. Non potrà guarire se altri prenderanno per lui i relativi farmaci.
54. È per la propria illuminazione, è per l’esperienza diretta, e non per la mediazione di un erudito, che l’aspirante alla realizzazione riconosce la vera natura delle cose. La bellezza della luna può essere conosciuta mediante i propri occhi e non dalla descrizione che possono farne gli altri.
55. Così per rompere i ceppi dell’ignoranza – desideri, azioni e gli effetti di questi – su chi potrai contare se non su te stesso anche se ti occorrono innumerevoli kalpa?
56. La liberazione (moksah) non si ottiene né con lo Yoga, né col Samkhya, né col rito, né con la conoscenza eruditiva, ma con il riconoscimento dell’identità dell’Atman con Brahman. Non vi è altro mezzo.
57. La bella forma della vina e l’abilità nel suonarla servono solo a deliziare il pubblico, ma non potranno mai dare da sole la reale sovranità del Sé.
58. L’eloquenza sonora rappresentata da un fiume di parole, l’abilità di esporre o commentare le scritture, l’erudizione stessa servono solo alla propria soddisfazione, ma nei riguardi della liberazione tutto ciò è proprio inutile.
59. Vano è lo studio degli sastra fino a quando è sconosciuta la suprema realtà. Esso è ancora più vano una volta che si conosce direttamente la realtà.
60. Quelle scritture composte da una moltitudine di parole non formano altro che una foresta impenetrabile in cui la mente facilmente si smarrisce. Il saggio aspirante deve applicarsi con zelo a sperimentare da sé la vera natura dell’Atman.
61. Per chi è stato morso dal serpente dell’ignoranza, il solo rimedio è la conoscenza del Brahman. Di quale utilità possono essere per lui i Veda, gli sastra, i mantra o altri farmaci del genere?
62. Una malattia non se ne va pronunciando semplicemente il nome della medicina, occorre che questa sia ingerita, così non sperare che, con la semplice ripetizione del nome Brahman, tu possa conoscere il Sé.
63. Senza risolvere il mondo fenomenico, senza conoscere la reale natura dell’Atman, come si potrà – con la semplice ripetizione del nome Brahman – ottenere la liberazione? Tutt’al più si potrà creare un debole sforzo delle corde vocali.
64. Prima che un individuo possa proclamarsi Imperatore, deve vincere i suoi nemici e portare il regno sotto il suo dominio, diversamente che cosa guadagnerà ripetendo semplicemente: “Io sono Imperatore”?
65. Un tesoro nascosto nelle profondità della terra può essere trovato solo quando è scoperto il luogo esatto e quando si scava, rimuovendo i blocchi di terra e di pietra. Mai esso potrebbe uscire chiamandolo solo per nome. Così per afferrare la risplendente verità del Sé, nascosto dalla Maya e dai suoi effetti, dobbiamo conformarci alle istruzioni di un conoscitore del Brahman e seguire poi la riflessione, la meditazione, ecc. Il Sé non può emergere e manifestarsi con semplici ragionamenti sofistici.
66. Perciò l’intelligente ricercatore deve, come nel caso della su accennata malattia, impiegare tutti i mezzi che sono in suo possesso per liberarsi dalla schiavitù delle nascite e delle morti.
67. I quesiti che tu mi hai posto sono pertinenti e tali da essere anche apprezzati da coloro che sono versati negli sastra; sono anche concisi, carichi di significato e sono meritevoli di attenzione per tutti gli aspiranti che bramano la liberazione.
68. Ascolta attentamente ciò che ora ti dirò, o sagace discepolo. Seguendomi in modo corretto, tu sarai in grado di spezzare, senza esitazione, la catena delle trasmigrazioni.
69. Il primo gradino che porta alla liberazione è il distacco (vairagya) dalle cose periture; il secondo consiste nel coltivare la quiete mentale, l’autodominio, la pazienza (sama, dama, titiksa) e, inoltre, nell’astenersi da tutte quelle azioni indicate dalle Scritture.
70. Poi viene l’ ”ascolto” dell’insegnamento, la riflessione (mananam) su ciò che è stato udito, la meditazione di lunga durata sulla Verità; dopo questa prassi, l’aspirante diventa un Muni e potrà raggiungere il supremo stato non-differenziato (avikalpam), realizzando così nella stessa vita, la beatitudine del nirvana.