Brhadaranyaka Upanishad

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Testi del Vedanta, dello Yoga e della tradizione Hindu.

Dal 2001 Visionaire.org è scritto, illustrato, pubblicato da Beatrice Polidori (Udai Nath) ©

La Brhadaranyaka Upanisad è parte dei testi che compongono la Sruti, la dottrina rivelata, di cui fanno parte i Veda, i Brahmana, gli Aranyaka e le Upanisad. Le origini di questi testi sono da collocare in un tempo remoto, in cui i Risi, poeti-veggenti dell'antichità, conobbero direttamente e trascrissero i contenuti primordiali della Tradizione indiana. Come altri testi della Tradizione arcaica, la Brhadaranyaka ci è giunta anonima e impossibile da datare con esattezza, ma certamente è una delle Upanisad più antiche.

Aranyaka indica la dottrina che si insegnava e praticava nel folto delle selve, dove si ritiravano in meditazione gli uomini che sceglievano di seguire la via della conoscenza nell'anacoresi. Le Upanisad, invece, sono un insieme di testi che raccolgono l'essenza degli insegnamenti comunicati attraverso l'ascolto diretto da parte del discepolo alla presenza di un maestro ("upanisad" indica l'atto di sedersi accanto al maestro). La radice "upas" indica anche un atteggiamento psicologico di attesa silenziosa, in alcuni casi anche di devozione amorevole. Da questo atteggiamento il discepolo si prepara a ricevere la conoscenza iniziatica, che distruggendo l'ignoranza metafisica (avidya), fornisce i mezzi per conseguire la Conoscenza suprema. Le Upanisad costituiscono l'essenza dei Veda, lo scopo finale (Vedanta), poiché quello che vi è insegnato è da considerarsi come il conseguimento della meta finale di ogni conoscenza Tradizionale.
Accostarsi alla Brhadaranyaka Upanisad è innanzitutto incontrare la potenza illuminante della bellezza, la grande libertà di questo testo, intessuto con semplicità e profonda conoscenza sull'esperienza viva e reale della presenza in sé dell'assoluto, della realizzazione della verità. Osservate col sentire di questa potenza, le parole toccano gli oggetti della narrazione, i più elevati e i più umili, illuminando e restituendo ogni cosa alla realtà profonda di cui il narratore è testimone.
Le strofe attraversano le voci dei protagonisti, a partire dai primi versi, in cui l'unico esistente è quel Brahman primigenio che da sé stesso trasse questo universo formulando mano a mano i sentimenti che da sempre lo determinano: solitudine, desiderio di conoscersi, desiderio di moltiplicarsi, desiderio di ritrovare sé stessi attraverso il sacrificio della propria individuazione...
Questo Brahman ci è svelato così da subito, preesistente e sempre identico, unico e indivisibile e sostanziale ad ogni esistente, nella sua stessa coscienza di essere, qualsiasi cosa, ovunque, la medesima essenza consapevole e senziente. Origine e fine di ogni forma.
Il testo passa poi a illuminare la figura di Yajnavalkya, un uomo che in sé stesso ha conosciuto tale essenza e, girovagando, incontra donne e uomini con cui intrattiene conversazioni mirabili. Con il ritmo cantilenante e ripetitivo del cantastorie, ironico e pacato, lentamente, passo dopo passo, oggetto dopo oggetto, le sue parole accompagnano l'ascoltatore a trovarsi nell'unità della coscienza che ha integrato e trasceso ogni oggetto, ogni luce, ogni divinità e ogni cielo: sé stesso. Yajnavalkya attende la domanda dell'interlocutore, accoglie la sua conoscenza e senza trascurare nessuno dei fenomeni dell'esperienza umana li raccoglie ad uno ad uno dentro l'orizzonte della consapevolezza integrata. Di Quello, dell'assoluto, non si può dire più nulla, lì la mente deve ritirarsi, e pochi uomini vi si avventurano.
Soltanto il re Janaka, disposto a sacrificare tutti i suoi beni, scioglierà in Yajnavalkya ogni indugio a parlare di sé, dell'uomo che ha superato la selva della sua esistenza individuata, per ritrovarsi in quella origine in cui scompare ogni timore, ogni oggetto e ogni desiderio di felicità terrena e ultraterrena. Lì dove all'inizio era solo morte e fame, si ritrova l'essere che ha conosciuto sé stesso, l'unità indifferenziata e compiuta su cui poggia tutto l'esistente.
L'Upanisad del grande Aranyaka, una delle più antiche Upanisad vediche, è originariamente composta da sei letture (Adhyaya), di cui qui si riporta una selezione dalle prime quattro. Tra i temi canonici trattati nel testo sono da ricordare: l'esposizione dell'Asvamedha, sacrificio vedico di consacrazione regale, la formulazione della cosmogonia per sdoppiamento del Purusa, primo ente universale,l'insegnamento filosofico dell'Advaita Vedanta, o identità tra Atman e Brahman, la teoria del Karma.

All'interno di questi versi è contenuto il grande detto (mahavakya) "Aham Brahmasmi: Io sono Brahman".