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Dal 2001 Visionaire.org è scritto, illustrato, pubblicato da Beatrice Polidori (Udai Nath) ©

Discorso del 15 aprile del 1988- Shankara Jayanti- di Sua Santità Jagaduru Sri Abhinava Vidyatirtha Swamigal, Sri Sharada Peetham Sringeri.

 

Nella nostra sacra terra, Bharath, i rappresentanti del Governo, i Sannyasin di osservanza Advaita, i devoti e le persone comuni interessate agli Shastra hanno celebrato, dall’inizio di quest’anno, il dodicesimo centenario della nascita di Bhagavatpada, il precettore. Storicamente sono trascorsi 1200-1300 anni dalla nascita di Bhagavatpada. Seguendo una decisione formale, come per altre questioni, si è stabilita una convenzione sulla nascita di Bhagavatpada, che sia avvenuta 1200 anni fa, più o meno, perché non vi siano ulteriori discussioni sull’argomento. Comunque, e nel modo che è possibile, è profondamente gratificante che si celebri il dodicesimo centenario di questo santo. L’attuale celebrazione ci offre l’opportunità di riflettere e di esprimere tutta la gratitudine per Bhagavatpada.

Qual era la situazione dell’India in cui si incarnò Bhagavatpada? Quali attitudini coltivò tra le persone? Vi era discordia sui temi della metafisica e del Dharma; ciascuno pretendeva il proprio punto di vista superiore agli altri. Bhagavatpada indicò il fattore comune a tutti.


Sulla grandezza di Bhagavatpada, un eminente studioso disse:

KaNadhaya-dhiyA kArAgArAd-apetamanAtmanaH
Kapila-muninA nirNiktAtmAnamanchtia-vigraham |
NigamashirasA svArAjye sve chirAdabhishechitam
Jayati samavan devam dAsyAd Gururmama taantrikAt ||
( SiddhAnta-siddhAnjanam, II)

Il significato generale di questi versi è: il saggio Nakada liberò l’Atman dalla prigione del corpo negando la visione dei Chavakra, che il corpo solo fosse il Sé. Il saggio Kapila stabilì la Pura Natura dell’Atman. Il Vedanta (le Upanishad) proclamarono l’Atman come l’essere auto-risplendente e libero. E con questa visione, il nostro Acharya Shankara protesse l’Atman dalla visione servile sostenuta dai Tantra. Gloria a Sri Shankara che vittoriosamente consacrò l’Atman quale incontrastato Supremo.

Al tempo di Bhagavatpada si erano diffuse alcune credenze. In particolare c’erano Vaishnava [seguaci di Vishnu], Shakta [seguaci della Shakti], Shaiva [seguaci di Shiva], Bhairava e Kaapaalika. Oltre ad essi, c’erano i Chavarka che sostenevano il godimento dei piaceri mondani come unico scopo della vita. Loro convinzione era che vi sia solo questo mondo dell’esperienza fenomenica e che nessun altro ve ne sia dopo la morte. Negavano l’esistenza dell’aldilà e di Dio e rigettavano l’autorità di Veda, Smrti, Itihasa e Purana. Dicevano: “Dovremmo divertirci quanto più è possibile. Con la ricchezza si può avere tanto. Perciò la ricchezza è molto importante e deve essere perseguita. E se non siamo abbastanza benestanti, possiamo divertirci procurandoci le cose con il denaro di altri. Se rubiamo, però, ci troveremo in guai seri. Né le persone ci daranno spontaneamente le loro cose. Perciò, prenderemo a prestito il denaro e lo useremo per comprare le cose che desideriamo. Oppure prenderemo a prestito le cose. Per il tempo che riusciremo a rimandarne il pagamento, potremo andare avanti. Dopo, potremmo avere dei problemi con i creditori, ma cercheremo il modo di evadere. In ogni caso, quando la morte ci avrà presi con se, non ci sarà più alcun problema, poiché dopo la morte non vi è più nulla, né virtù né vizio. Non c’è rinascita.” Questo era il pensiero dei Charvaka, in accordo con le loro attitudini mentali.

Oltre ad essi, c’erano coloro che accettavano l’esistenza della vita oltre la morte e sostenevano che la liberazione consistesse nell’abitare nel Vaikuntha. Un altro gruppo riteneva fosse dimorare in Kalilasa. Vi era una setta che postulava l’esistenza di un’anima individuale, ma affermava che la liberazione consistesse in un’eterna ascesa, non nel raggiungimento di un mondo celeste, come Kailasa. Un altro gruppo sosteneva che la liberazione è un uno stato di vuoto. Ognuno di questi gruppi sosteneva la propria visione come la sola corretta.

In un periodo caratterizzato da questo clima sociale Bhagavatpada si incarnò tra la gente. Le riforme sono più efficaci se si presta attenzione alle istanze del mondo. Bhagavatpada portò la sua grazia alle le persone impegnate in rigorose austerità, gli yogi, ai ricercatori di conoscenza e a quelli desiderosi di liberazione. Ma non si fermò a questo. Realizzò di dover essere un esempio per la gente con la sua stessa vita. Rama ha avuto una grande influenza su di noi, conducendo una vita consacrata alla rettitudine, il Dharma. Come la vita di Rama, la vita di Bhagavatpada rappresenta un ideale per l’umanità. I Veda affermano 'Maatrudevo bhava' (Venerate la madre come Dio).

Una madre affronta grandi difficoltà nel mettere al mondo e crescere un figlio. Dedica tutto il suo amore alla sua creatura. Perciò ogni persona è profondamente in debito con la propria madre. Se non ci si comporta correttamente con lei si è colpevoli di imperdonabile ingratitudine. Bhagavatpada sviluppò l’ingiunzione vedica di venerare la madre nella lettera e nello spirito.

Il padre di Bhagavatpada, Shivaguru, morì prima di poter officiare l’ Upanayanam [iniziazione] del figlio. Dopo che fu trascorso il periodo impuro, la madre Aryamba incaricò un parente di celebrare la cerimonia del sacro cordone. Bhagavatpada aveva cinque anni. Andò allora presso la casa di un precettore, come stabilito dalle scritture, ed imparò molto rapidamente i testi sacri. Completò quindi i suoi studi e rientrò dalla casa dell’insegnate all’età di sette anni. Dopo di che servì la madre molto onestamente.

Un giorno Aryamba andava al fiume per un bagno, ma non riuscì a proteggere la testa dal calore del sole cocente e svenne. Non vedendo sua madre rientrare, Bhagavatpada la cercò. La trovò incosciente e la fece riavere spruzzandole acqua sul viso, quindi la riportò a casa. Il fiume era distante da casa. Pieno di affetto per Aryamba, Bhagavatpada desiderava che lei non dovesse faticare tanto per percorrere quella distanza ogni giorno. Andò allora presso il fiume e lo pregò come si fa con una divinità. Implorò il fiume di cambiare il suo corso e passare vicino a casa. Come poteva la preghiera sincera di un ragazzo divino non venire ascoltata? Il mattino seguente Aryamba scoprì di dover soltanto togliersi le scarpe per poter prendere un bagno nel fiume.

Sebbene Bhagavatpada provvedesse a tutte le necessità di sua madre senza alcuna mancanza, nel profondo del suo cuore desiderava rinunciare al mondo. Egli sentiva di essere distaccato nel suo intimo. Un giorno, alcuni saggi arrivarono presso la sua casa. In risposta a una domanda della madre, un saggio predisse che Bhagavatpada avrebbe avuto una breve vita. Ciò fece disperare Aryamba. Comunque Bhagavatpada lentamente riuscì a consolarla e colse l’occasione per dimostrarle che è naturale la dipartita dei propri famigliari, aggiungendo che non vi è neppure un  briciolo di piacere nella vita di questo mondo. Disse che a lui sarebbe piaciuto trascendere la vita e la morte prendendo la via del Sannyasa. Udendo le parole di Bhagavatpada, Aryamba protestò: “Tu sei il mio unico figlio. Come potrei sopportare di separarmi da te? Voglio che tu ti sposi”. Bhagavatpada calmò la madre e lasciò cadere l’argomento.

[…] Un giorno, quando aveva otto anni, andò al fiume per un bagno. Il fiume era agitato. Quando fu nell’acqua un coccodrillo gli catturò una gamba. Bhagavatpada gridò.
Udendo il suo richiamo, Aryamba giunse al fiume e prese a lamentarsi: “Quando mio marito era in vita, lui era il mio rifugio. Dopo di lui, lo è mio figlio. Ed ora anche mio figlio è stato catturato da un coccodrillo e sta per morire. Oh, Dio, perché?” Iniziò a singhiozzare. Bhagavatpada disse: “Oh madre, se avrò il tuo permesso di abbandonare tutto in questo mondo, il coccodrillo mi lascerà andare. Se tu me lo permetti, prenderò il Sannyasa.” Bhagavatpada scelse questo tipo di appello per ottenere il suo permesso. Sentendo le sue parole, Aryamba, che era distrutta dalla trepidazione e pronta a fare qualsiasi cosa per salvare la vita del figlio, diede il suo permesso. In quell’istante, mentalmente Bhagavatpada aveva aderito alla vita ascetica.

Dopo di che, tecnicamente, era libero di prendere il Sannyasa formalmente. Eppure, sentiva di dover consolare la madre. Le disse che non avrebbe dovuto preoccuparsi di lui o di se stessa. I suoi parenti avrebbero avuto cura di lei; inoltre, tutte le proprietà appartenute al padre erano là. Essi avrebbero provveduto a lei anche quando la sua salute si fosse deteriorata.

La informò che per quanto lontano sarebbe andato, come Sannyasi, le avrebbe causato più benefici di quanti avrebbe potuto dargliene con la presenza fisica. Aryamba gli disse: “Ti ho dato il mio permesso di diventare un Sannyasi poiché era mio desiderio che tu viva. In ogni caso, tu sei il mio unico figlio. Quando morirò, tu dovresti officiare le mie esequie. Altrimenti a quale scopo ho messo al mondo un figlio?”

Non volendo dispiacerle, Bhagavatpada disse: “Esaudirò il tuo desiderio. Ovunque io mi troverò e in qualunque condizione, verrò da te nell’ora del bisogno e celebrerò personalmente il tuo rito funebre”.

Si potrebbe obiettare: “Con quale diritto Bhagavatpada fa una simile promessa?” Sì, in tale circostanza la promessa di Bhagavatpada è perfettamente corretta. Ottenne il consenso proprio grazie a questa assicurazione. Ma la promessa di Bhagavatpada non potrebbe essere espressa da nessun altro, poiché nessun altro è capace di avere la visione esatta dell’ora del trapasso della propria madre e arrivare immediatamente al suo capezzale. Forse si può far contenta la propria madre con una promessa, prendere il Sannyasa e quindi dimenticare il proprio impegno? No, quando si fa una promessa diventa un dovere vincolante adempiere i propri obblighi nel tempo stabilito. Nessuna promessa deve cadere nel vuoto. Bhagavatpada certamente valutò la promessa. Quando si trovava a Sringeri, grazie ai poteri speciali di cui era dotato, visualizzò la prossima fine della madre.

Il Mantra Shastra parla di alcune Siddhi, o poteri soprannaturali. Uno di essi è il 'Paadukaa siddhi', con cui una persona può raggiungere un luogo a sua scelta in brevissimo tempo mediante il solo desiderio. Bhagavatpada giunse a Kalady da Sringeri con l’uso del Paadukaa Siddhi. Mi viene in mente un esempio dell’uso del Paadukaa Siddhi. C’era una persona che viveva a Sringeri. Il mio maestro di Shastra e questa persona si incamminarono fuori da Sringeri per andare a Kigga e offrire delle preghiere al tempio locale (Rishyashringa). La persona in questione era più anziana del mio maestro, che quindi camminava un po’ più avanti. C’era una sola strada per Kigga e perciò, se ad un certo punto il compagno di viaggio avesse superato il mio maestro, questi se ne sarebbe accorto certamente. Comunque, quando il mio maestro giunse a Kigga, trovò che l’anziano era già lì.

Bhagavatpada aveva le Yoga Siddhi e le Mantra Siddhi. I poteri soprannaturali non si dovrebbero adoperare. Però, se ci si astenesse dall’usarli anche in quelle circostanze eccezionali che lo richiedono, ci si comporterebbe da sciocchi. Bhagavatpada utilizzò la Paadukaa Siddhi giustamente per il bene di sua madre. Raggiungendo Kalady in questo modo, poté officiare il suo funerale. Oggi tutti noi riconosciamo la grandezza di Bhagavatpada, ma non molti lo fecero all’epoca. Anche quelli a lui più vicini non lo conobbero veramente e come recita l’adagio “la familiarità porta disprezzo”. Perciò la sua azione fu contestata dai suoi (ex)parenti a Kalady. Gli obiettarono che era un Sannyasi, perciò non idoneo a officiare il rito.

L’azione di Bhagavatpada era guidata solamente dalla considerazione che la promessa fatta alla madre prima di partire doveva essere esaudita ad ogni costo. Aryamba poté ricevere la celebrazione che meritava. Bhagavatpada non agì per attaccamento; né era motivato da finalità personali. E’ vero che ai Sannyasin è proibito officiare riti funebri, ma Bhagavatpada era un Brahmavit, un conoscitore della Verità e tali conoscitori sono al di là di qualsiasi restrizione.

NistraiguNye pathi vicharatAm ko vidhiH ko nishedhaH
Nessuna ingiunzione o proibizione esiste per colui che percorre il cammino al di là di Sattva, Rajas e Tamas.

Un conoscitore della Verità può accettare cibo da un sotto-casta che mangia la carne di cane, tanto quanto da un Somayaji, un ortodosso che celebra il sacrificio del Soma, con eguale contegno e senza essere in nessun modo influenzato. Dall’altra parte un uomo ignorante, che deve osservare le regole prescritte, sarà contaminato se contravverrà alle ingiunzioni delle scritture, poiché le sue motivazioni saranno l’attaccamento e la mancanza di autocontrollo. Invece, nel caso del conoscitore, non avviene alcuna contaminazione. Tutte le azioni di un tale emerito avvengono a causa del Punyam (merito) guadagnato per il bene elargito a tutti coloro che lo circondano. Quando ha fame, senza alcun attaccamento, per sola abitudine, allunga la mano e accetta ciò che gli verrà offerto in essa, solo per calmare la fame. Dunque, se a volte gli accade di ricevere qualcosa da un mangiatore di cani e di consumare l’offerta, nulla è sbagliato nella sua azione. Egli è al di là di tutte le distinzioni e non riconosce differenze tra il sacro e l’inferiore.

Se alcune restrizioni mondane vengono portate alla sua attenzione, dirà: “Oh, è così?”. La situazione è del tutto differente se qualcuno agisce con deliberazione e senso dell’io-agente, espressioni che non si applicano al conoscitore. I bambini non si curano di urinare in piedi o seduti. Sono guidati soltanto dall’urgenza e la assolvono; nessuno potrebbe obiettare della condotta di un bambino.  Il caso del conoscitore che sempre gode dell’Atman è molto simile. Le restrizioni normali non si applicano. Tale persona non incorre nel peccato a causa delle azioni. I suoi peccati precedenti sono stati bruciati nel fuoco della conoscenza della Verità. Le sue azioni successive non lo toccano, poiché è privo del senso dell’io-agente.

La preoccupazione di Bhagavatpada era solo di adempiere alla promessa fatta in precedenza. Qual è il frutto della celebrazione dei riti funebri? Non vi fu alcun frutto per lui, poiché rimase stabilmente nell’Atman. Si potrebbe obiettare che ci fu una trasgressione della proibizione scritturale, ma che in questo caso è insignificante. Infatti, è sbagliato trasgredire gli Shastra, ma nel caso del conoscitore della Verità, questa obiezione non si applica.

Bhagavatpada, come Rama, mostrò con la sua vita come è un figlio ideale. Pienamente adempì l’insegnamento vedico: Maatrudevo bhava (Venerate la madre come Dio)

Bhagavatpada mentalmente aveva rinunciato al mondo a Kalady, ancora quando era nel morso del coccodrillo. Dopo aver fatto questa promessa alla madre, andò alla ricerca di un Guru per essere formalmente iniziato al Sannyasa. Oggigiorno molte persone prendono il Sannyasa, ma lo fanno non ricorrendo ad un Guru ma ad un negozio di vestiti. Lì acquistano un abito giallo ocra. Sono attenti che il proprio abbigliamento, che include anche una maglia, sia lucido e ben stirato. La tonsura è per questi una mera formalità. Dopo aver indossato il vestito, si danno un nuovo nome e quindi dichiarano di essere dei Sannyasin. Di conseguenza, vedremo queste persone negli hotel e nei cinema o nei teatri. Esiste invece una via prescritta per fare le cose. I Veda dicono:

TadvijnAnArtham sa gurumevAbhigacchet, samitpANiH shrotriyam BrahmanishTham. (Mundakopanishat)
Un ricercatore della conoscenza della Verità deve necessariamente avvicinare, con riverenza, un Guru, conoscitore delle scritture e saldamente stabilito nel Brahman.

Se qualcuno cerca di conoscere la Verità da solo, semplicemente leggendo dei libri, non troverà ciò che cerca. Consideriamo il caso di una persona che abbia avvicinato un Guru e seguito una intensa disciplina spirituale in una vita precedente, ma abbia fallito di conseguire la realizzazione della Verità prima del trapasso. Tale persona facilmente conseguirà la conoscenza nella nascita successiva. In casi eccezionali, non avrà neppure bisogno di un Guru. Nell’ Upashanti prakarana dello Yoga Vasishtha c’è una storia su re Janaka dei Vidhea che ottenne la conoscenza senza avere avuto un’istruzione formale da parte di un Guru. Janaka stava camminando da solo in un boschetto vicino al suo palazzo, quando ascoltò il canto di alcuni Siddha [esseri celesti]. La canzone esprimeva la Verità. Per esempio uno dei versi diceva:

DrashtRidarshanadRishyAni tyaktvA vAsanayA saha |
DarshanaprathamAbhAsamAtmAnam samupAsmahe ||
Rinunciando a colui che vede, al vedere e a tutte le cose visibili, e a tutte le predisposizioni della mente, ritorniamo al Sé che è la consapevolezza radicale senza oggetto.

Ascoltando la canzone, immediatamente e automaticamente divenne illuminato. Dai Veda apprendiamo di Vamadeva che ottenne la realizzazione della Verità ancora quando si trovava nel grembo di sua madre. D’altra parte, noi leggiamo ogni giorno la Gita, che è una limpida esposizione della Verità, ma la nostra attività non va oltre il semplice mormorare delle parole; continuiamo a restare ignoranti. Il rimedio consiste nell’avvicinare la persona giusta che abbia conoscenza diretta della Verità. Imparare da questi poterà certamente a ciò che desideriamo e non il mero studio di libri o argomentazioni. Il Guru ideale sa come istruire il discepolo in accordo con le capacità di quest’ultimo. Per questa ragione la Sruti insegna:

TadvijnAnArtham sa gurumevAbhigacchet , samitpANiH shrotriyam BrahmanishTham.
Per conoscere la Realtà si vada con le offerte sacrificali in mano presso un maestro istruito nei Veda e assorto nel Brahman.

Il discepolo deve servire in Guru sinceramente, essere desideroso di imparare da lui e soddisfarlo. Il guru deve essere un conoscitore della Verità. Riferendosi ad un Guru che non è tale e va fuori strada, è detto:

Gurorapyavaliptasya kAryAkAryamajAnataH |
Utpatham pratipannasya parityAgo vidhIyate ||
Il Guru che è impuro, che non conosce ciò che appropriato e ciò che non lo è e che segue un cammino errato deve essere abbandonato.

Le scritture dicono che il Guru deve essere servito con grande sincerità e dicono anche che deve essere abbandonato. Sembra una contraddizione, che realmente non c’è. Servire ed obbedire il Guru è la regola, mentre l’abbandono è l’eccezione. Possiamo considerare qualche esempio di regola e di eccezione.

Quando una persona non è in condizioni di poter fare il bagno regolarmente, gli Shastra permettono di cospargersi di Vibhuti e di considerare questo atto equivalente a un bagno; questa è una concessione. Ma se ci si avvale a proprio vantaggio di questa concessione, se qualcuno decidesse di lavarsi solo durante l’estate e non lavarsi mai durante l’inverno, si tratterebbe di una applicazione errata di questa concessione. Durante la malattia, se un medico prescrive a un paziente di non fare bagni e se il paziente insiste di doverli fare, in quanto richiesti per il Sandhya Vandanam, il paziente si mostrerebbe soltanto sciocco. Questi potrebbe fare uso della concessione Shastrica e applicare le Vibhuti in sostituzione dell’abluzione.

Un altro caso estremo è quello di un uomo pigro che non voglia lasciare il letto durante l’inverno, dicendo che reciterebbe volentieri il Sandhya Vandanam Mantra, seduto a letto, dopo essersi avvalso della concessione di applicare le Vibhuti. Si tratta davvero di una situazione di emergenza? No. Gli Shastra hanno prescritto delle concessioni solo in considerazione di talune circostanze. Si devono analizzare con attenzione e cercare di accertare lo scopo delle ingiunzioni. Altrimenti ne risulta un fraintendimento delle scritture basato sui desideri.

Bhagavatpada voleva stabilire un esempio di adesione alla norma delle scritture, avvicinando un Guru, ricevendo il Sannyasa e ricevendo l’istruzione ai piedi del Maestro. Così, avvicinò il saggio Govindapada.

Guru Govindapada era in Samadhi, l’apice dello Yoga, a quel tempo. Bhagavatpada non volle disturbare il suo Guru e umilmente attese con sincero desiderio del Darshan dei sacri piedi dell’eminente Guru. Uscendo dal Samadhi, Govindapada chiese: “Cosa ti porta qui? Chi sei?” Bhagavatpada rispose in dieci versi che cominciano con:

Na BhUmirna toyam na tejo na vAyu-
rna kham nendriyam vaa na teshAm samUhaH |
anaikaantikatvAt sushuptyekasiddha-
stadeko'vashishTaH shivaH kevalo'ham ||

“Non sono la terra, non l’acqua, non il fuoco, non il vento, non l’akasha, non i sensi, non il loro insieme. Se essi sono soggetti a distruzione, io sono ciò che resta nel sonno profondo. Io sono Shiva l’assoluto”.

Questa composizione è nota come Dashashloki. Prendendo spunto dalla risposta, il Guru, riconoscendo il piano divino che era sottinteso all’arrivo di un discepolo eccezionale, si preparò a sostenere il ruolo di strumento nell’esecuzione del piano divino. Accettò Bhagavatpada come discepolo e gli impartì il Brahmopadesha. Si intende di solito il Brahmopadesha come l’istruzione alla Gayatri, poiché Brahma è i Veda e i Veda sono basati sulla Gayatri. L’altro significato di Brahmopadesha è l’istruzione al Brahman, il Supremo. E questo significa nel contesto. Tale istruzione conduce all’identità dell’anima individuale con il Supremo.

E’ forse qualcosa come trasformare una tigre in una capra? No, questo è impossibile. Nemmeno un cane nero può diventare bianco, né uno bianco, nero. Perché parlare quindi di trasformare una tigre in capra? Eppure, se la capra è stata pitturata in modo da sembrare una tigre, il compito di trasformare una tale “tigre” in capra si può risolvere semplicemente lavando via la pittura; la “tigre” ecco che “diventa” capra. Se l’anima fosse veramente di natura finita, non sarebbe possibile fare di essa l’infinito Supremo con nessun tipo di insegnamento. Solo una finitezza apparente può essere rimossa, così da far emergere l’originaria infinitezza.

Come è possibile? L’apparente finitezza è dovuta soltanto al nome e alla forma.
Come l’originaria infinitezza assoluta divenne l’anima individuale limitata?

tadAmAnam svayamakuruta
Quel Brahman creò se stesso da se stesso

tadaikshata bahu syAm prajAyeyeti
Il Supremo immaginò: “Che io diventi molti. Che io nasca”
(Taittiriya Upanishad)

Come può esserci altro da quello, se tutti questi nomi e forme sono soltanto sue mere apparenze?

I Veda dicono:

nAsadAsInno sadAsIt
All’inizio non c’erano né manifesto né immanifesto; era solo il Brahman

La Gita dice:

Mamaivaamsho jIvaloke jIvabhUtaH sanAtanaH
E’ solo una piccola parte di me che è diventata l’anima eterna individuale


Il “molti” è realmente solo una parte dell’Uno, finché il “molti” non si rifonde nella sorgente, il Supremo. Quando l’anima individuale si immerge nel Brahman, tutti i nomi e le forme svaniscono.

YathA nadyaH syandamAnaaH samudre astam gacchanti nAmarUpe vihAya   (Mundakopanishat III. ii.8)
Così come i fiumi perdono I loro nomi e le loro forme, diventando indistinguibili dall’oceano…

Questa è l’istruzione con cui fu benedetto Bhagavatpada dal suo Guru. Durante la sua permanenza con il Guru , Bhagavatpada, usando i suoi poteri yogici, portò soccorso alle persone sofferenti della regione, trattenendo Kamandalu, lo straripamento del Narmada. Più tardi, seguendo le istruzioni del Guru si adoperò a correggere le posizioni di coloro che seguivano gli insegnamenti di scuole fondate da uomini dotati unicamente di un forte intelletto. Analizzò i loro punti di vista a fondo e mise a nudo, di fronte ai loro ciechi seguaci, le lacune delle loro convinzioni fondate solo sull’intelletto e su persone che proponevano teorie basate sul capriccio.

Kapilo yadi sarvajnaH kaNaado neti kaa pramA |
taavubhau yadi sarvajnau matibhedaH katham tayoH ||
Se Kapila deve essere riconosciuto come un conoscitore di tutto, con quel giustificazione negare lo stesso status a KaNaada? Se si sostiene che entrambi sono conoscitori di tutto, perché le loro visioni discordano?

Il ragionamento che deriva dalla mera immaginazione delle persone manca di compiutezza, poiché le congetture umane non hanno limiti. Dunque,  si è notato che un argomentazione scoperta da un adepto grazie a lunghe ricerche è poi falsificata da altri adepti, e l’argomentazione esposta da questi ultimi è dimostrata falsa da un altro ancora. Così nessuno può fidarsi di nessuna argomentazione come conclusiva, poiché l’intelletto umano differisce. Perché non fidarsi del ragionamento di uno che abbia una vasta fama, disse Kapila, convenendo che ciò sia pertanto conclusivo? Ma tale ragionamento è del tutto inconcludente perché coloro la cui grande fama è ampiamente riconosciuta e che hanno fondato celebri scuole di pensiero mostrano punti di vista divergenti.

Vi sono alcune scuole di pensiero che accettano l’esistenza di Dio. Qual è la particolarità di quelle che accettano l’autorità dei Veda? Molte religioni hanno un momento di inizio nella storia. I loro seguaci affermano che Dio ha fatto conoscere la Sua legge all’umanità mediante alcuni Suoi messaggeri. Questi messaggeri sono stati mandati molto dopo la creazione del mondo. Dunque, qual è il destino di tutti coloro che sono esistiti prima che Dio comunicasse la Sua legge? Sarà negata loro la liberazione? Questa falla non viene aggiustata facilmente dai seguaci di tali religioni. La posizione corretta accettata dai seguaci dei Veda è:

Saha yajnAH prajAH sRishTvA purovAchaH prajApatiH | (Bhagavad GitaCh.III)
All’inizio della creazione, avendo fatto gli esseri insieme ai sacrifici, Prajapati disse…

Cioè, il Signore manifestò questo mondo e anche il Suo insegnamento, il Veda, contemporaneamente. Questo insegnamento, il Veda, specifica due parti – il Karma Marga, la via delle opere e il Jnana Marga, la via della conoscenza. La prima parte occupa la porzione più ampia dell’insegnamento vedico ed è dedicata alla grande maggioranza delle persone. Dall’altra parte, l’Jnana Marga è dedicata ai pochi ed è relativamente difficile.

ManushyANAm sahasreshu kaschidyatati siddhaye |
Yatataamapi siddhaanaam kaschinmAm vetti tattvataH || (Bhagavadgita)
Uno su mille desidera la liberazione. Anche tra questi, appena uno riesce a conoscerMi come sono.

Entrambi i cammini sono praticati nel mondo. Bhagavatpada indicò chiaramente nell’ Upadesha Panchakam:

Vedo nityamadhIyataam taduditam karma svanushThIyatAm
Studia i Veda giornalmente e compi onestamente le azioni che lì sono prescritte.

Primo, si deve officiare la cerimonia dell’ Upanayanam. Poi viene l’Upaakarma o la preparazione allo studio formale dei Veda, poi lo studio vero e proprio, poi il compimento dei vari doveri, quindi la vita del capofamiglia e allora il riconoscimento della trivialità della vita mondana. Questa è la sequenza di cui parlò Bhagavatpada. Quando si manifesta il disgusto della vita mondana, si può rinunciare alla propria casa.

NijagRihaat tUrNam vinirgamyatAm

Tale disgusto si verifica quando una persona realizza che sguazzando nelle attività di questo mondo non sta facendo niente di buono per il mondo, né per la sua famiglia, né per se stesso. Ecco che si rivolge all’interno e cerca di arrivare a trasformare se stesso. Mediante l’analisi conclude che il mondo è privo di ogni sostanza:

asaarameva samsaaram dRishTvaa saaradidRikshayA
Vedendo che il mondo è completamente puerile e desideroso di comprenderne l’essenza, la verità profonda…

Comprende che è del tutto futile cercare un significato per il mondo. Come giungere alla conclusione che non c’è vera felicità nel mondo? Nessuno può garantire una qualche felicità duratura, di conseguenza si modifica la posizione precedente nell’esatto opposto. Chi è felice un momento, l’attimo successivo è tristissimo. Come possiamo dire allora che vi sia un significato nell’esistenza mondana?

Quando dobbiamo compiere qualcosa sott’acqua, andiamo in immersione abbigliati in tutta da sub e indossando una maschera e un respiratore. Ma adottiamo lo stesso equipaggiamento anche per guidare l’automobile? No, mettiamo solo dei pantaloni e una maglia. Dunque, adottiamo differenti posizioni in differenti situazioni. Allo stesso modo, fino al momento in cui si manifesteranno discriminazione e distacco, saremo innamorati della vita mondana. Acquisendo distacco, il mondo apparirà puerile e cercheremo il modo di rinunciarvi. Fino al momento in cui avremo realizzato la Verità, indipendentemente dai desideri o dal relativo distacco, il mondo ci apparirà reale. Una volta realizzata la Verità, vediamo il mondo come mera apparenza.

Molti non riescono a digerire l’insegnamento di Bhagavatpada del mondo come mera apparenza. Si domandano: “Cosa c’è di falso? E’ falso essere qui seduti ora? E’ mangiare il cibo di ogni giorno una mera apparenza? Cosa è vero e cosa è falso?” A tali domande la risposta è che l’insegnamento di Bhagavatpada sull’irrealtà del mondo è destinato a coloro che abbiano realizzato la futilità dell’esperienza mondana e abbiano ottenuto una conoscenza della Realtà Suprema. Quando sorge tale realizzazione, ci è lasciata l’opzione di guardare a questo mondo come fosse reale. Sarebbe assurdo dire che Bhagavatpada, essendo un conoscitore della Suprema Realtà, abbia dichiarato che questo mondo è reale. Bhagavatpada diede il suo insegnamento in base alla validità della sua realizzazione. […]

Dobbiamo capire bene cosa intendono dire i conoscitori quando affermano che il mondo è una mera apparenza. Non si tratta affatto di un vuoto. Vi è un’entità chiamata 'Baadhya' o che può essere rimossa, ed un’altra chiamata 'Trikaala abaadhya', quello che non si può rimuovere mai, presente passato e futuro. Questo mondo è presente in questo momento. Prima di essere originato non era presente. Continuerà ad esistere in futuro? Non possiamo dirlo. Tutti accettano che questo mondo esista nel presente. Gli Shastra e i materialisti dicono questo, ma in maniera differente. Entrambi concordano che il mondo abbia raggiunto lo stato presente dopo numerose trasformazioni. Nel corso del tempo, finirà per non esserci più.

Ciò che non perdurerà nel corso del tempo non possiamo dire essere il sostrato irremovibile. Ma il Brahman delle Upanishad è ciò che è sempre stato, è e sarà. Questo dobbiamo intendere per Realtà. Il mondo non soddisfa questa condizione. Ecco perché è detto non reale, mentre il Brahman, che è irremovibile, è considerato l’unica Realtà. Questo è l’insegnamento di Bhagavatpada. E la stessa Realtà che appare a noi in tutte le forme percepite nel mondo.

VaasudevaH sarvamiti sa mahaatmaa sudurlabhaH
Raro è quel saggio che sa: “Vasudeva è tutto”

Colui che realizza questa Verità è trasformato in una persona totalmente differente. Le sue azioni non sono più motivate dalle considerazioni proprie del precedente stato di ignoranza. Compiere il Sandhya Vandanam è un’ingiunzione. C’è una persona che siede in Samadhi. Dopo tre giorni non riesce ancora a ritornare alla coscienza estrovertita. Possiamo forse dire che stia commettendo un peccato non compiendo il Sandhya Vandanam?  No. Si potrebbe obiettare che era cosciente del periodo di Sandhya. Ma è ora del tutto incosciente e perso nella beatitudine. Se successivamente qualcuno gli dicesse che è stato in profonda meditazione per tre giorni, ne sarebbe sorpreso.

D’altra parte è notoriamente riconosciuto che le persone comuni non riescono a sedere neppure per un minuto in totale concentrazione. Per loro il Sandhya Vandanam è obbligatorio. Il conoscitore ha trasceso tutte le ingiunzioni e le proibizioni. In questo caso, l’irrealtà del mondo è ovvia. Il mondo ai suoi occhi non appare separato da lui stesso. Le differenze si affermano quando tu ed io ci consideriamo differenti. E’ solo l’Uno che appare come tu e io. Dov’è dunque la diversità?  Questa è in nocciolo la lezione di Bhagavatpada.

Egli non propose alcuna nuova teoria.  Ciò che esisteva dalla notte dei tempi nella forma dell’insegnamento delle Upanishad era stato inquinato dagli ignoranti. Bhagavatpada ripulì quell’insegnamento dalle contaminazioni e lo restituì alla sua purezza originaria. Non prescrisse o impose nuove divinità da adorare. Approvò che le varie divinità fossero adorate. Vi sono sette che si applicano le Vibhuti , la pasta di sandalo o il Namam sulla fronte. Ogni praticante segue il suo metodo di adorazione secondo quanto gli è prescritto. Si possono trovare vari sistemi in uso nel Nord. Vi sono devoti di Sri Rama quanto devoti di Sri Krsna. Entrambi adornano la propria fronte con pasta di sandalo ma in modo differente. Nondimeno non esiste nessuna opinione contraria a proposito della necessità di adornare la fronte piuttosto che di lasciarla disadorna.

Bhagavatpada risolse le difficoltà dovute all’opposizione tra le varie sette. Se il Signore Supremo è denotato come Shiva, gli aderenti alle sette Vaishnava si opporranno. Allo stesso modo se il Signore Supremo è Vishnu, gli Shivaiti saranno insoddisfatti. In realtà Shiva e Vishnu non sono differenti; essi sono manifestazioni della sola Suprema Realtà. […] Il Brahman definito nelle Upanishad è come l’acqua pura. Non ha alcun attributo proprio. E’ semplicemente Verità e Consapevolezza, infinito.

Esso, comunque appaia, a causa del suo potere, come Shiva Vishnu o Shakti; quale di queste manifestazioni si può dire più reale? Ogni gruppo ritiene che la propria divinità sia la più grande. Il Supremo appare differente a devoti diversi, ma in verità è l’Assoluto. Bhagavatpada adempì il compito di stabilire il fattore comune facendo attenzione che nessun devoto fosse allontanato o combattuto. Il grande maestro mostrò a ciascun credente la via dell’Assoluto lasciandogli percorrere la via prescelta senza conflitti con altri culti.

Sottolineò la necessità di adorare il Supremo nella forma, poiché senza tale sincera adorazione la mente non trova stabilità. Una mente instabile non può cogliere l’infinito Assoluto senza attributi. La necessità di adorare un Dio formale fu quindi fortemente sostenuta. Madhusudana Saraswati, famoso conoscitore e autore dell’Advaita Siddhi, disse:

DhyAnAbhyaasavashIkRRitena manasA tannirguNam niShkriyam
JyotiH kinchana yogino yadi param pashyanti pashyantu te  |

“Grazie alla mente controllata con la pratica della meditazione, gli Yogi vedono la Luce suprema priva di attributi e di attività. E così sia.”

asmAkam tu tadeva lochanachamatkArAya  bhUyAcchiram
kAlindIpulinodare kimapi yannIlam maho dhAvati ||

“Ma io sono già soddisfatto dalla visione della azzurra luminosa divinità, Krishna, che passeggia sulle rive del fiume Kaalindi”

La finalità dell’insegnamento è di portare a stabilizzare la mente mediante la pratica della meditazione sulla forma divina. Il saggio Vidyaranya menziona nel Panchadashi l’esistenza di una pratica di devozione che venera Dio anche negli alberi di pipal e banyan. Cita alcuni di questi casi e conclude che anche una tale devozione sincera non è inaccettabile per colui che riconosce il Supremo come la realtà senza attributi che appare in tutto.

Ciò che Bhagavatpada definisce con fermezza è che se non ci sono obiezioni all’adorazione delle divinità tradizionali, l’adorazione invece di divinità opposte alle modalità shastriche deve essere abbandonata.

Andando al tema della liberazione, chi può ottenerla? Evidentemente colui che possieda le qualificazioni richieste, come l’ardente desiderio di liberazione. Chi manca delle qualificazioni richieste non la otterrà. Come per un posto che richieda un candidato che abbia sostenuto un certo esame non sarà ottenuto da un contendente, anche geniale, che non abbia conseguito il passaggio dell’esame, allo stesso modo anche se si è capaci di dimostrare altre capacità, non si può ottenere la liberazione senza possedere un profondo distacco.

Il distacco porta il controllo della mente, il controllo dei sensi, l’introversione, la sopportazione, la fede, la concentrazione stabilizzata e infine l’intenso desiderio di liberazione. Colui che abbia un ardente desiderio di essere libero rapidamente realizza la Verità e diviene liberato.

Bhagavatpada ha detto nell’ Upadesha Panchakam:

Vedo nityamadhIyatAm taduditam karma svanuShThIyataam
teneshasya vidhIyatAmapachitiH kaamye matistyajyataam  |
PaapaughaH paridhUyataam bhavasukhe doSho'nusandhIyataam
AtmecchA vyavasIyatAm nijagRRihAt tUrNam vinirgamyataam ||

“Studia i Veda ogni giorno. Svolgi le azioni che sono prescritte in  essi. Abbandona i riti volti ad esaudire i desideri, elimina la moltitudine dei peccati. Contempla gli errori dei godimenti mondani. Stabilizza il desiderio del Sé. Rapidamente abbandona la tua casa.”

“Se farai tutto questo con sincerità” dice Bhagavadpada “diventerai uno Shivaita, uno Shakta,  un Vaishnava, ecc nel vero senso della parola”. Ai Kaapaalikas [adoratori della forma terrificante di Shiva - ndt] consigliò “Desistete dalle condotte scritturalmente inaccettabili. Con ogni mezzo meditate sulla divinità da voi prescelta, Bhairava, ma fatelo in maniera sattvica”. Prescrisse: “Si può ottenere il Supremo ascoltando la Verità, riflettendo su ciò che si è ascoltato, e concentrandosi su ciò che si è determinato al di là di ogni dubbio mediante l’ascolto e la riflessione. In ogni caso, è essenziale che si abbandonino le pratiche contrarie alle scritture e si segua con distacco la via ortodossa. Così si può realizzare il Brahman descritto nelle Upanishad come il proprio sé”.

Il più compassionevole dei guru, Sir Shankara Bhagavatpada, ci ha resi tutti debitori del suo gentile e profondo insegnamento. Gli Smarta, seguaci di Bhagavatpada, quando sono interrogati se appartengono agli Shivaiti o ai Vaishnava rispondono che non appartengono ad alcuno dei due. Essi credono fermamente negli Shastra e si dichiarano seguaci dei Veda e della Smriti. Non seguono alcun particolare Agama. Ma non si deve per questo concludere che non appartengano ad alcuna categoria. Essi seguono le ingiunzioni degli Shastra, e sono certamente seguaci della tradizione delle Upanishad. Coloro che non riescono a capire questo sollevano irrilevanti obiezioni contro di essi.

[…]

L’insegnamento di Bhagavatpada non da adito ad alcun genere di dispiacere, delusione, invidia, egoismo, ecc. Egli volle che noi realizziamo:

tadeko'vashiShTaH ShivaH kevalo'ham

“Io sono la non-duale, pura, assoluta Verità che rimane stabilmente, quando tutto il cosmo è stato rimosso”.

Noi, che siamo i suoi fortunati seguaci, saremmo in grave errore se non porgessimo lui un reverente omaggio in questa occasione. 

Hara namaH PaarvatI pataye Hara Hara MahAdeva |
JAnakIkAntasmaraNam jaya jaya Rama Rama ||