Brhadaranyaka
Upanishad
Brhadaranyaka
Upanishad
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INTRODUZIONE
La
Brhadaranyaka Upanisad è parte dei testi che compongono la Sruti, la
dottrina rivelata, di cui fanno parte i Veda, i Brahmana, gli Aranyaka e
le Upanisad. Le origini di questi testi sono da collocare in un tempo
remoto,
in cui i Risi, poeti-veggenti dell'antichità, conobbero
direttamente e trascrissero i contenuti primordiali della Tradizione
indiana. Come altri testi della Tradizione arcaica, la Brhadaranyaka ci
è giunta anonima e impossibile da datare con esattezza, ma certamente è
una delle Upanisad più antiche.
Aranyaka indica la dottrina che si insegnava e praticava nel folto delle
selve, dove si ritiravano in meditazione gli uomini che sceglievano di
seguire la via della conoscenza nell'anacoresi. Le Upanisad, invece,
sono un insieme di testi che raccolgono l'essenza degli insegnamenti
comunicati attraverso l'ascolto diretto da parte del discepolo alla
presenza di un maestro ("upanisad" indica l'atto di sedersi accanto al
maestro). La radice "upas" indica anche un atteggiamento psicologico di
attesa silenziosa, in alcuni casi anche di devozione amorevole. Da
questo atteggiamento il discepolo si prepara a ricevere la conoscenza
iniziatica, che distruggendo l'ignoranza metafisica (avidya), fornisce i
mezzi per conseguire la Conoscenza suprema. Le Upanisad costituiscono
l'essenza dei Veda, lo scopo finale (Vedanta), poiché quello che vi è
insegnato è da considerarsi come il conseguimento della meta finale di
ogni conoscenza Tradizionale.
Accostarsi alla Brhadaranyaka Upanisad è innanzitutto incontrare la
potenza illuminante della bellezza, la grande libertà di questo testo,
intessuto con semplicità e profonda conoscenza sull'esperienza viva e
reale della presenza in sé dell'assoluto, della realizzazione della
verità.
Osservate col sentire di questa potenza, le parole toccano gli oggetti
della narrazione, i più elevati e i più umili, illuminando e restituendo
ogni cosa alla realtà profonda di cui il narratore è testimone.
Le strofe attraversano le voci dei protagonisti, a partire dai primi
versi, in cui l'unico esistente è quel Brahman primigenio che da sé
stesso trasse questo universo formulando mano a mano i sentimenti che da
sempre lo determinano: solitudine, desiderio di conoscersi, desiderio di
moltiplicarsi, desiderio di ritrovare sé stessi attraverso il sacrificio
della propria individuazione...
Questo Brahman ci è svelato così da subito, preesistente e sempre
identico, unico e indivisibile e sostanziale ad ogni esistente, nella
sua stessa coscienza di essere, qualsiasi cosa, ovunque, la medesima
essenza consapevole e senziente. Origine e fine di ogni forma.
Il testo passa poi a illuminare la figura di Yajnavalkya, un uomo che in
sé stesso ha conosciuto tale essenza e, girovagando, incontra donne e
uomini con cui intrattiene conversazioni mirabili. Con il ritmo
cantilenante e ripetitivo del cantastorie, ironico e pacato, lentamente,
passo dopo passo, oggetto dopo oggetto, le sue parole accompagnano
l'ascoltatore a trovarsi nell'unità della coscienza che ha integrato e
trasceso ogni oggetto, ogni luce, ogni divinità e ogni cielo: sé stesso.
Yajnavalkya attende la domanda dell'interlocutore, accoglie la sua
conoscenza e senza trascurare nessuno dei fenomeni dell'esperienza umana
li raccoglie ad uno ad uno dentro l'orizzonte della consapevolezza
integrata. Di Quello, dell'assoluto, non si può dire più nulla, lì la
mente deve ritirarsi, e pochi uomini vi si avventurano.
Soltanto
il re Janaka, disposto a sacrificare tutti i suoi beni, scioglierà in
Yajnavalkya ogni indugio a parlare di sé, dell'uomo che ha superato la
selva della sua esistenza individuata, per ritrovarsi in quella origine
in cui scompare ogni timore, ogni oggetto e ogni desiderio di felicità
terrena e ultraterrena. Lì dove all'inizio era solo morte e fame, si
ritrova l'essere che ha conosciuto sé stesso, l'unità indifferenziata e
compiuta su cui poggia tutto l'esistente.
L'Upanisad del grande Aranyaka, una delle più antiche Upanisad vediche,
è originariamente composta da sei letture (Adhyaya), di cui qui si
riporta una selezione dalle prime quattro. Tra i temi canonici trattati
nel testo sono da ricordare: l'esposizione dell'Asvamedha, sacrificio
vedico di consacrazione regale, la formulazione della cosmogonia per
sdoppiamento del Purusa, primo ente universale,l'insegnamento filosofico
dell'Advaita Vedanta, o identità tra Atman e Brahman, la
teoria del Karma.
All'interno di questi versi è contenuto il grande detto (mahavakya) "Aham
Brahmasmi: Io sono Brahman".
Le Upanisad
Le Upanisad sono un
gruppo di 108 trattati filosofici, in prosa e in versi, che compaiono in
epoche differenti, suddivisi come conclusione o chiosa filosofica ai
quattro libri dei Veda.
Alle Upanisad spetta il compito di ammonire l'aspirante che il
compimento dei sacrifici e degli obblighi religiosi, da solo, non libera
l'uomo dal ciclo delle rinascite, e le Upanisad delineano
definitivamente la Conoscenza come il solo mezzo per la Liberazione.
Ecco come Sankara, introducendo il testo della Svetasvatara Upanisad,
definisce il carattere di queste Scritture
<< [...] la Conoscenza di Brahman che concede il Bene supremo è
designata come Upanisad perché frantuma e distrugge l'avidya o
l'ignoranza e i semi del samsara in quei ricercatori della Liberazione i
quali, avendo perduto ogni sete per per gli oggetti veduti sulla terra o
di cui hanno udito come esistenti in cielo, ricercano questa Conoscenza
con totale fermezza e devozione.>> (in Aparoksanubhti, Ed Asram Vidya)
Cosa, dunque, è necessario sapere? << Mio caro, tutti questi esseri
hanno l'Essere puro per fonte, hanno l'Essere come dimora e hanno
l'Essere come fondamento.>> (Chandogya Up. VI,viii, 4)
<<Tu sei Quello >> (Chandogya Up. VI, viii, 7)
Realizzare questa perfetta verità non comporta sacrifici, oblazioni o
complicati rituali, ma quello spirito di perfetta rinuncia, di distacco,
di pura contemplazione, che conduce alla gioia senza oggetto, alla
Consapevolezza del Sé imperituro, oltre ogni guadagno terreno e
ultraterreno, oltre il mondo degli uomini, dei Mani e degli Dei.
<<
Il grande Sé increato, che si identifica con la mente e con il centro
delle facoltà, riposa nello spazio all'interno del cuore. E'
l'Ordinatore Interno di tutto ciò che esiste, il Signore e il Regolatore
di tutto. Non cresce mediante le buone azioni e non è sminuito dalle
cattive. E' il Signore di tutti gli esseri, l'Ordinatore di tutti gli
esseri, il Protettore di tutti gli esseri. E' la diga che trattiene i
mondi dal precipitare nel caos. I Brahmani cercano di conoscerlo
attraverso lo studio dei Veda, i sacrifici, la carità e la rinuncia al
godimento degli oggetti dei sensi. Colui che Lo conosce diviene saggio;
i monaci, desiderando di conoscerlo in questa vita, abbandonano le loro
case. Gli antichi saggi, infatti, non desideravano avere figli poiché
pensavano:"Cosa ancora potremmo ottenere dai figli, se abbiamo
realizzato il Sé già in questa vita". Così, è detto, essi rinunciarono
al desiderio di prole, di ricchezze mondane e condussero vita da
mendicanti. Poiché è il desiderio di figli che è anche desiderio di
ricchezza, e questo è il desiderio di mondi, ma tutti questi non sono
altro che bramosia. Questo Sé è Quello di cui è detto "Non questo, Non
questo". Esso è impercettibile, poiché non può essere percepito;
indistruttibile, poiché non può essere distrutto; inattaccabile, perché
nulla lo può attaccare; libero, saldo, illeso. Come il saggio non può
essere sopraffatto dai due pensieri: "ho fatto la cosa giusta; ho fatto
la cosa sbagliata" poiché li sovrasta entrambi. Le cose compiute e
quelle che ha omesso di fare non lo angustiano.
Ciò è espresso nell'inno che dice: "L'eterna gloria del conoscitore del
Brahmam non cresce e non è sminuita dalle opere. Perciò si ricerchi di
comprendere la natura di questo soltanto, poiché conoscendola non si è
più macchiati da alcun peccato" Dunque colui che così conosca acquisti
saldo controllo di sé, e calmo, raccolto in sé stesso, saldo e
concentrato, comprenda il Sé nel suo stesso sé; così facendo egli
perviene a vedere il Sé in tutto. Il Male non trionfa su di lui, ma egli
trascende ogni male. Il male non lo mette in difficoltà, poiché egli
consuma ogni male. Questi diviene senza peccato, senza forma, libero da
ogni dubbio e vero conoscitore del Brahman. Questo è il mondo del
Brahman, o re, e tu l'hai conquistato", concluse Yajnavalkya. E il re
"Ti darò l'impero dei Videha, signore, e me stesso per poterti
servire".>> (Brhadaranyaka Up. IV, 22-23)
Il brano citato termina con l'offerta di ogni bene e della propria
persona al Maestro che ha illustrato il fine della Conoscenza, da parte
del discepolo nella cui coscienza si è destata l'istanza della
Liberazione, ove cade ogni altro desiderio, ogni attaccamento diventa
inutile, ogni ambizione vana.
La consapevolezza dell'imperituro, o il discernimento, come lo definirà
Sankara, tra il Reale e il non Reale è quello che spontaneamente
fuoriesce dalle parole del giovane Naciketas, protagonista della Katha
Upanisad, che trovatosi di fronte a Dio della Morte lo interroga sulla
verità, declinando qualsiasi altro dono. La rinuncia al mondo, non solo
come entità materiale, ma anche e soprattutto come atteggiamento della
coscienza, è rimarcata in varie Upanisad come presupposto della
Liberazione, così come la purificazione del cuore, che si consegue
mediante le opere, lo studio, la devozione al Maestro. Questo
atteggiamento discente e rinunciante accompagna l'uomo la cui coscienza
va verso lo stabilizzarsi nel Sé supremo, abbandonando mano a mano le
sovrapposizioni della mente, le false identificazioni del sé.
<<Gli
asceti entrano in ciò che è al di là del firmamento (nakam), [che vive]
celato nella caverna e che rimane immensamente brillante; tramite la
conoscenza comprendono il senso del Vedanta; con purezza mentale e con
la rinunzia trovano la Liberazione - che trascende la stessa morte - nel
mondo di Brahman.>> (Kaivalya Up., cap.3 ).
<< Si deve riassorbire [la mente] nel cuore fino alla cessazione [della
sua attività], ciò è conoscenza e meditazione, il resto è esposizione
libresca.
Non è concepibile né inconcepibile, è concepibile e nello stesso tempo
inconcepibile; [così comprendendo] si realizza il Brahman senza parti.
Lo Yoga, per realizzare lo stato supremo, si esegue con il suono
completamente indistinto. Con [il suono] indistinto si favorisce lo
stato dell'Essere, non quello del non-essere.
Questo [Essere] è in effetti Brahman indiviso, esente da
differenziazione, senza macchia. Questo Brahman è me stesso (brahmaham).
Realizzando codesta conoscenza si è Brahman, ciò è certo.>> (Amrtabindu
Up. 5-8).
Prosegue:
Brhadaranyaka
Upanishad - PRIMO ADHYAYA