Home Newsletter Blog Libri

 

Ishavasya Upanishad

Introduzione

Le Upanishad, veicoli di illuminazione e non di istruzione, erano destinate in origine a ricercatori che avevano una certa familiarità con le idee dei veggenti Vedici e del Vedanta, oltre a una qualche esperienza personale delle verità su cui si basano, per cui utilizzano nello stile trasposizioni di pensiero e nozioni implicite e subordinate.
Ogni verso dell’ Isha Upanishad si fonda su un certo numero di idee implicite e non espresse; le conclusioni vengono talvolta suggerite, non dimostrate palesemente all’intelletto. Il lettore, o l’ascoltatore è costretto a procedere per illuminazioni, verificando le sue intuizioni con l’esperienza, senza sottoporre le idee al giudizio del pensiero razionale.
L’idea centrale di questa Upanishad, la riconciliazione e l’armonizzazione degli opposti fondamentali, è elaborata simmetricamente attraverso quattro movimenti successivi.

Primo Movimento

Al principio è posta alla base l’idea che uno Spirito, unico e stabile, dimori e governi l’universo mobile e le sue forme.
Su questo concetto si fonda la regola di una vita divina destinata all’uomo – il godimento di tutto nella rinuncia a tutto, per mezzo dell’esclusione del desiderio. Quindi si dichiara la necessità delle opere e della vita materiale, sulla base dell’inalienabile libertà della coscienza, inseparata dal Divino, in mezzo alle attività e alla molteplicità del movimento.
Infine, si dichiara che se la coscienza erra dall’intendere la manifestazione dell’Uno nel molteplice, ciò determinerà un’involuzione nello stato di incoscienza dopo la morte.

Secondo Movimento.

Nel secondo movimento le idee del primo sono riprese amplificate.
Il Dio immutabile e il movimento del molteplice sono identificati come il solo Brahman di cui, comunque, unità e immutabilità sono le reali connotazioni, che contiene tutto e tutto pervade.
Le regole di vita hanno fondamento e realizzazione nell’esperienza dell’unità, in cui l’uomo identifica se stesso con il Sé trascendente e cosmico, completamente libero dal dolore e dall’illusione, con cui tutto è incominciato.

Terzo movimento

Nel terzo movimento si ritorna a considerare la vita e le opere, in vista della loro divina realizzazione.
Sono illustrati i gradi della manifestazione divina nell’universo e nell’Essere, e si dichiara che la legge interna dell’esistente è di sua concezione e determinazione.
Vidya e Avidya, Divenire e Non-divenire si conciliano nella mutua complementarietà nel processo di auto-realizzazione, che procede dallo stato del mortale a quello dell’Immortale.

Quarto Movimento

Il quarto movimento riprende il tema dei mondi, e simbolicamente esprime la relazione tra suprema Verità e Immortalità, vita attiva e oltremondo con le figure di Surya (Sole) e Agni (Fuoco).

Analisi dei Temi

L’Isha Upanishad è una delle scritture più antiche del Vedanta, per stile, contenuti e poetica; di sicuro successiva a Chandogyia, Brihadaranyaka e forse anche a Taittiriya e Aitareya, ma anche la più antica tra le Upanishad in versi. Il pensiero delle Upanishad si divide in due grandi epoche: la prima, la più antica, è fortemente ancorato alle radici Vediche, di cui riflette la psicologia e ne preserva quello che potremmo definire il pragmatismo spirituale; nel periodo successivo si assiste a una sorta di modernizzazione e di relativa autonomia dai simboli precedenti e dalle origini, così che alcuni elementi del pensiero Vedico scompaiono o perdono la loro precedente connotazione, e incomincia la fondazione del successivo pensiero ascetico e anti-pragmatico tipico del Vedanta. La Isha appartiene al gruppo più antico, o Vedico, già di fronte al problema della riconciliazione tra vita umana attiva e concezione Monista, che qui viene risolto attraverso uno dei passaggio di più profondo interesse dell’intera letteratura Vedanta.

Il Principio ispiratore

Il principio che informa l’intera Upanishad è la coincidenza senza compromessi degli opposti irriducibili. Il pensiero successivo prenderà una serie di termini – il Mondo, la Fruizione, l’Azione, la Molteplicità, la Nascita, l’Ignoranza – e riserverà loro una posizione sempre più negativa, esaltando invece le posizioni opposte: Dio, Rinuncia, Quietismo, Uno, Cessazione delle rinascite, Conoscenza, fino a culminare nelle teorie dell’Illusione e nell’idea che l’esistenza del mondo sia una trappola o un fardello insensato, imposto misteriosamente all’anima da sé stessa, che deve essere eliminato il prima possibile. Si arriva a un taglio violento del nodo dell’enigma.
Questa Upanishad cerca invece di gestire i due capi del nodo, di scioglierli e posizionarli alla giusta distanza tra loro, in uno spazio che è insieme ordine e relazione. Non subordina e non qualifica alcuno degli estremi, ma ne rileva piuttosto la reciproca dipendenza. La rinuncia è una scelta estrema, ma anche il possesso/godimento dei beni deve rappresentare una condotta integrale. L’azione deve essere incondizionata e generosa, ma anche la libertà dello spirito dalle opere deve essere assoluta. L’Unità perfetta e assoluta è l’obiettivo da raggiungere, ma l’assolutezza deve essere portata al massimo livello con l’inclusione della intera molteplicità dei fenomeni.
L’attenzione dell’Upanishad al tema è tale che - dopo aver espresso la formula “Se con l’Ignoranza si è attraversata la morte, con la conoscenza si raggiunga l’Immortalità” in cui il mondo è interpretato come un mero preliminare all’esistenza successiva - di nuovo equilibra il discorso rovesciandolo nella formula parallela: “ Se con la dissoluzione si è superata la morte, con la nascita si giunga all’Immortalità”, ammettendo perciò la vita quale campo dell’esistenza immortale che è l’aspirazione e l’obiettivo della vita.
Con questa conclusione l’Upanishad si accorda con il pensiero Vedico antico, che intende i mondi, l’esistenza e la non-esistenza, la morte, la vita e l’immortalità qui presenti nella incarnazione dell’essere umano, da sviluppare, realizzare, possedere e fruire, indipendentemente dallo stato di rinuncia o di possesso della vita e del corpo materiale. Questa idea non è mai passata completamente nella mentalità della filosofia indiana, ma è rimasta una versione secondaria e marginale, non abbastanza forte da competere con il successo delle istanze di estinzione dell’esistenza mondana come condizione necessaria alla Liberazione e unico obiettivo dotato di sensatezza e di valore.

Gli Opposti

Le coppie di opposti che vengono esaminate in successione nell’Upanishad e risolti sono, nell’ordine:
1.         Il Dio consapevole e la Natura fenomenica
2.         Rinuncia e possesso
3.         Azione naturale e Libertà dell’anima
4.         Il Brahman indiviso e stabile e il Movimento del molteplice
5.         Essere e Divenire
6.         Il Dio attivo e l’indifferente Akshara Brahman
7.         Vidya e Avidya
8.         Nascita e Non-nascita
9.         Opera e Conoscenza

Queste contrapposizione sono risolte come segue:

Dio e Natura
1. La Natura fenomenica è un movimento del Dio consapevole. Oggetto del movimento è la creazione delle forme della Sua coscienza, delle quali Egli è la sola anima, presente in tutti i corpi, con i quali fruisce della molteplicità e delle sue relazioni.

Possesso e Rinuncia
2. Una vera, integrale fruizione/godimento del movimento e della molteplicità dipende da un atteggiamento di completa rinuncia; si intende la rinuncia al principio del desiderio, basato sul principio dell’egoismo, non una rinuncia all’esistenza mondana. Questa prescrizione deriva dall’idea che il desiderio sia una deformazione egoistico-vitale della divina Ananda, o Beatitudine dell’Essere, da cui il mondo trae origine. Con l’eliminazione dell’egoismo e del desiderio l’Ananda ritorna ad essere il principio cosciente dell’esistente. Questa trasformazione è l’essenza del passaggio dalla vita mortale alla vita immortale. Il godimento dell’infinita beatitudine dell’esistenza libera dall’ego, fondata sull’unità del tutto in Dio, è ciò che viene definito l’Immortalità.

Azione e Libertà
3. L’azione non è contraria alla libertà dell’anima. L’uomo non è legato alle proprie azioni, anche se sembra esserlo. Deve recuperare la consapevolezza della sua inalienabile libertà, ritrovando la consapevolezza dell’unità di Dio, unità con se stesso, con tutte le creature. Con ciò, la vita e le azioni possono e devono essere accettate integralmente, poiché la manifestazione di Dio nella vita e nel lavoro è la legge del nostro vivere e l’oggetto del nostro passaggio nel mondo.

Quiescenza e Movimento
4. Quiescenza e Movimento pertengono entrambi allo stesso Brahman, e la distinzione marcata tra i due è unicamente un fenomeno della coscienza. La stessa cosa dello spazio e del tempo, del lontano e vicino, di soggettivo e oggettivo, interno ed esterno, io e altro, uno e molti. Brahman, la realtà, è visto in queste differenziazioni dalla nostra coscienza, ma di per Sé è ineffabilmente superiore a queste distinzioni pratiche. Il Movimento è un fenomeno della Quiescenza, la stessa Quiescenza può essere considerato come un movimento “troppo rapido per gli dei”, cioè per la funzioni conoscitive che cercano di individuarne la vera natura. Ma non si tratta di un movimento formale, materiale, spaziale, temporale – solo di un movimento della coscienza. La Conoscenza riconosce tutto questo come Uno, l’Ignoranza divide e crea opposizioni dove non esiste opposizione alcuna, ma soltanto relazione della sola coscienza con sé stessa. L’ego identificato col corpo pensa “io sono all’interno, il resto è al di fuori; e tra gli oggetti esterni, questo mi è vicino, nel tempo e nello spazio, questo è lontano”. Ciò è vero nel dato fenomenico, ma nell’essenza è un solo movimento invisibile del Brahman, che non è di natura materiale, ma un processo conoscitivo in sé.

Essere e divenire
5. Siamo chiamati a realizzare l’Uno, l’Essere, ma non dobbiamo smettere di comprendere la molteplicità in divenire. Dobbiamo soltanto imparare a vedere con lo sguardo della Conoscenza, e non dell’Ignoranza. Dobbiamo realizzare il nostro Sé come il vero immutabile, indivisibile Brahman.  Dobbiamo imparare a considerare tutto il divenire come sviluppo del movimento del sé e il sé come il solo abitatore di tutti i corpi, non solo il nostro. Dobbiamo diventare consapevoli, nella nostra relazione col mondo, che noi siamo – in quanto sé in divenire, tutto ciò che osserviamo. Tutti i movimenti, le energie, le forme, gli avvenimenti dobbiamo vederli nostri e un solo sé in molte esistenze, come il gioco e il volere, la consapevolezza e il diletti di Dio nella sua esistenza terrena.
Dobbiamo quindi essere liberi dall’egoismo e dal desiderio e dal senso dell’esistenza separata, e quindi da ogni dolore, delusione, meschinità; poiché ogni sofferenza nasce dalla meschinità dell’ego al contatto con l’esistenza, il senso dell’essere un mio ego separato esposto al contatto con tutto quello che non è me.
Per superare questo stato, si veda l’unità ovunque, si diventi l’Uno che manifesta Sé stesso in tutte le creature; l’ego scomparirà; il desiderio che nasce dal non essere questo o non avere quello, scomparirà; la libera inalienabile beatitudine dell’Uno nel Suo Essere prenderà il posto del desiderio e della sua soddisfazione o frustrazione. L’immortalità sarà raggiunta, la morte che proviene dalla divisione sarà vinta.

Brahman Attivo e Inattivo.
6. attività e inattività sono soltanto due aspetti dello stesso Sé, lo stesso Brahman, che è Dio. Egli è stabilmente privo di modificazioni nella Sua esistenza inattiva. L’inazione è la base dell’azione e permane in ogni azione; è la sua libertà da ciò che fa e diviene, e libertà di fare e divenire. Questi sono i poli positivo e negativo della stessa indivisibile coscienza. Esperiamo entrambi nel movimento e nella quiete, inseparabili l’uno dall’altro, dipendenti l’uno dall’altro. La quiete esiste relativamente al movimento, il movimento alla quiete. Egli è al di là di entrambi. E’ un punto di vista differente da quello per cui quiete e movimento sono una sola cosa, in sostanza; esprime piuttosto la loro relazione nella nostra coscienza, ammesso che entrambi sono necessari alla coscienza.  Ovviamente unendoci a Dio, condivideremo questo stato binario della coscienza.

Vidya e Avidya.
7. La conoscenza dell’Uno e la conoscenza della Molteplicità sono espressioni del movimento dell’unica coscienza che percepisce le cose come Unità in essenza, ma le differenzia come espressione mentale e divenire. Se la mente si identifica con il divenire formale e quindi divide la propria idea di sé da Dio, la Vidya (conoscenza dell’Uno) è perduta, e rimane soltanto la conoscenza del Molteplice, che non è più conoscenza, ma Ignoranza, Avidya. Questa è la causa del senso dell’identità separata.
L’Avidya è ammessa da Dio per la mente al fine di sviluppare relazioni importanti laddove vi è possibilità di divisione e di conseguenza per ritornare individualmente alla conoscenza dell’Unità del tutto. La conoscenza unitaria è rimasta per tutto il tempo presente nella coscienza dell’individuo, come il vero conoscitore. Questo conoscitore si posiziona a un grado più profondo del pensatore mentale, che separatamente deve attraversare gli stati della morte e della separazione per fare esperienza del Testimone e infine conquistare l’immortalità, riunificando l’Uno e il Molteplice. Questo è il cammino che ci è destinato, non quello di chi si dedica esclusivamente all’Avidya e rigetta l’assorbimento immobile nell’Uno.

Nascita e non nascita.
8. La ragione del doppio movimento del Pensatore è che siamo chiamati a realizzare l’Immortalità in vita. Il sé è continuo e immortale e non ha bisogno di discendere nell’avidya, con la nascita, per raggiungere l’immortalità del Non-nato, poiché la possiede da sempre. Discende al fine di realizzarla e possederla come Brahman individuale nel gioco dell’esistenza mondana. Accetta la Nascita e la Morte, assume un ego individuato e quindi lo dissolve ricomponendo la propria Unità divina, L’Uno; questa evoluzione è governata dalla chiara visione del Testimone e, una volta completata, non esiste più alcuna separazione con l’Essere, e la nascita è stata mero strumento, non ostacolo, al godimento dell’immortalità per il Signore di questa espressione formale. Questo è il nostro cammino, non indulgere per sempre nelle catene della nascita e della morte, non volare direttamente dalla nascita al puro non-divenire. La schiavitù non consiste nel divenire materiale, ma nel persistere della percezione dell’io separato. La Mente crea la catena, non il corpo.

Opere e conoscenza.
9. L’opposizione tra lavoro e conoscenza esiste finché lavoro e conoscenza appartengono esclusivamente all’egoistico attore mentale. La conoscenza mentale non è vera conoscenza; la vera conoscenza è quella basata sulla vera percezione, quella del Testimone, Surya, Kavi. Il pensiero non è vera conoscenza, è una maschera dorata sul volto della Verità, della Visione, della
divina Ideazione, della Coscienza Pura. Quando viene rimossa, la visione prende il posto del pensiero mentale, e la comprensione totale del Vero sostituisce l’attività mentale frammentaria. La vera Buddhi (Vijnana) emerge dall’attività disordinata della Buddhi, che contiene tutte le attività cognitive-ideative possibili a partire dai dati della mente sensoria, il Manas. Vijnana ci conduce alla pura conoscenza (Jnana), alla pura Consapevolezza (Cit). In Essa realizziamo la nostra piena identità con Dio nella radice profonda del nostro essere. In Cit, volontà e visione sono una sola cosa. Perciò anche in Vijnana volontà e Visione sono in stretta relazione e non più separati come nella mente ordinaria. Perciò quando possediamo la visione e viviamo nella consapevolezza della verità, la volontà si associa spontaneamente alla verità e ci conduce all’obiettivo finale, lo stato di Ananda, la beatitudine divina dell’essere in sé, l’Immortalità. Le nostre azioni ci conducono all’unità con tutte gli esseri e tutta la nostra vita rappresenta l’unità stessa, la verità e la gioia divina, non più in rotta sui sentieri distorti dell’egoismo e della separazione, dell’errore e delle cadute.
In una parola, raggiungiamo l’obbiettivo dell’esistenza, sulla terra, in un corpo terrestre, e nonostante le resistenze della materia, o nei mondi ulteriori, penetrando oltre di essi: la manifestazione della gloria della Vita Divina e dell’ Essere

Testo dell'Isha Upanishad



Traduzione e illustrazioni: ©Beatrice Polidori, Visionaire.org


Libri per approfondire

Brhadaranyka Upanisad SE

Brhadaranyaka Upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya 

Chandogya upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya    

Taittiriya Upanisad Asram Vidya

Cinque upanisad. Isa, kaivalya, sarvasara, amrtabindu, atharvasira Asram Vidya

Upanishad. Spunti di meditazione per i cristiani
Edizioni Mediterranee

Introduzione generale allo studio delle dottrine indù 
Guénon René, Adelphi

L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta 
Guénon René, Adelphi

Vedi tutti i libri...


mappa


Indice Pagine: | Isha Upanishad | Brhadaranyaka Upanishad | Bhagavad Gita | Yoga Sutra | Ashtavakra Samhita | Biblioteca dell'Advaita Vedanta